La benedizione nella Bibbia

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Il termine “benedizione” si incontra ripetutamente nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Dobbiamo anzitutto riconoscere che la benedizione viene da Dio. È lui che benedice l’uomo ma anche tutta la creazione. Un punto importante da sottolineare è che il Dio dell’Antico Testamento è lo stesso del Nuovo. Non esiste dunque una discontinuità fra i due. Per cui le benedizioni dell’Antico hanno lo stesso valore di quelle del Nuovo. È sempre il Logos, la seconda persona della Trinità, ad apparire, sebbene non ancora incarnato, nell’Antico Testamento, con il nome di “Angelo del Gran Consiglio”. Perché tutto quello che è del Padre arriva a noi tramite il Logos. Il Logos è il messaggero – l’“angelo”, appunto – del Padre e nessuno può vedere il Padre senza il suo Logos, nello Spirito. Ricordiamo la lotta di Giacobbe con l’Angelo, che era il Logos. Egli lotta con lui e non lo lascia andare senza ricevere la sua benedizione. Per questo Giacobbe esclama: “Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata salvata”. Lo stesso “Angelo del Gran Consiglio” che videro i profeti si presenta incarnato nel Nuovo Testamento, diventando il principio di ogni benedizione

Dio non benedice solo gli esseri umani, ma anche la creazione nella sua totalità. Ciò significa, anzitutto, che la creazione è tutta bella perché la sua origine è in un Dio bello. Per questo, al tramonto di ogni giorno della creazione, la Genesi commenta: “και ειδεν ο Θεός ότι καλόν”, “e vide Dio che era bello” (LXX). Cristo, dal canto suo, nel Nuovo Testamento, verrà chiamato “o καλός ποιμήν”, “il bel pastore”. Il Dio bello crea tutto il mondo (e cioè tutte le realtà in esso presenti) bello. Acque, fiumi, sole, luna, piogge, rugiade, venti, fuoco, calore, nevi, ghiaccio e freddo, luce e tenebra, notti e giorni, terra, monti, uccelli, serpenti, esseri velenosi…: tutto è bello. Non esiste nella Bibbia il dualismo greco fra lo spirito buono e la materia cattiva. Tutto è bello, sia lo spirito sia la materia, e tutto può comunicare con l’Atto increato di Dio. Il Dio cristiano non è, come per il pensiero greco, estraneo alla creazione, rinchiuso nella sua assoluta “eudemonia” o “beatitudine”. Dio, invece, tramite il suo Atto increato, comunica con la sua creazione sia spirituale sia materiare: nulla esiste che possa impedire a Dio di comunicare con tutte le “cose visibili e invisibili” di cui è l’origine. “Benedite, angeli del Signore, cieli del Signore, il Signore. Benedite, acque tutte che siete sopra i cieli, potenze tutte del Signore, il Signore. Benedite, sole e luna, stelle del cielo, il Signore. Benedite, piogge e rugiade e venti tutti, il Signore. Benedite, fuoco e calore, freddo e calura, il Signore. Benedite, rugiade e nevi, giaccio e freddo, il Signore. Benedite, brine e acque gelate, fulmini e nubi, il Signore. Benedite, terra, monti, colli, il Signore. Benedite, uccelli tutti del cielo, fiere e tutto il bestiame, il Signore. Benedite, figli dell’uomo, benedica Israele il Signore. Benedite, sacerdoti del Signore, il Signore. Benedite, spiriti e anime dei giusti, pii e umili di cuore, il Signore”.

Abbiamo asserito che il Dio cristiano, tramite il suo Atto, comunica con tutta la sua creazione (entità spirituali, uomini, natura). Adesso dobbiamo chiarire che cosa intendono gli ortodossi quando parlano di Atto increato di Dio.

Noi diciamo che Dio è “buono e bello” o, per esprimerci meglio, “supremamente-buono” e “tutto-bello”. La bontà e la bellezza sono Atti di Dio, dunque Atti increati. Diciamo che Dio crea. Il creare è un Atto increato di Dio. Oppure diciamo che Dio santifica il creato. Il santificare è un Atto di Dio. A volte diciamo che Dio divinizza l’uomo, lo fa cioè diventare, per grazia, dio. La divinizzazione è un Atto di Dio. Ma noi nulla sappiamo della Sostanza di lui. Una cosa, allora, è la Sostanza di Dio, che rimane nascosta, e un’altra cosa è l’Atto di Dio che entra in comunicazione con il mondo che egli crea. Possiamo dire che l’Atto è Dio, ossia quella “parte” di Dio con la quale Dio si comunica a noi per essere partecipato. Egli ha una “parte” nascosta, che si chiama Sostanza, la quale non è comunicabile e non potrà mai essere partecipata da nessuno, al di fuori delle persone della Trinità (il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo). L’Atto di Dio è uno ed unico, ma si moltiplica e si differenzia a seconda delle persone o delle realtà che lo ricevono e a seconda degli effetti che esso produce. Così l’Atto, quando crea, lo chiamiamo Atto increato creativo; quando provvede alle cose che crea, lo chiamiamo Atto provvidente; quando santifica, Atto santificante; quando divinizza, Atto divinizzante, e cosi via. Non si devono naturalmente confondere i diversi Atti increati. Non dobbiamo confondere l’Atto del creare di Dio con l’Atto del provvedere, ecc. Nel caso specifico della benedizione, ad agire è l’Atto della santificazione, che opera sia sulle entità spirituali, sia sulla materia, sia sugli uomini. Nel caso dei doni eucaristici è l’Atto santificante ad agire sui doni e a santificarli. Nel caso della benedizione delle acque è sempre lo stesso Atto che santifica l’acqua (come può santificare i muri di una chiesa o altri oggetti materiali). L’Atto della santificazione – che agisce nella benedizione – non si deve confondere con l’Atto della divinizzazione che agisce sugli uomini e li fa diventare dèi per grazia: rapisce gli essere umani trasferendoli nella gloria increata di Dio, nella vita di lui, e li fa vivere come lui, come succede con i santi divinizzati. Testimone di una simile esperienza è san Paolo: “So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo”. Per questo non parliamo di divinizzazione dei doni eucaristici, ma solo della loro santificazione, e per questo i doni eucaristici non vengono né adorati né venerati nella tradizione antica della Chiesa, ma solo consumati. Dio, essendo increato, ha solo un Atto increato, cioè una Vita increata. Non possiamo parlare, nella teologia ortodossa, di Atto creato di Dio, perché, in questo caso, facciamo diventare Dio simile ai centauri della mitologia greca che erano mezzi uomini e mezzi cavalli. Se Dio è increato, ha solo un Atto increato e una Vita increata, non può avere una vita creata e insieme increata. Un uomo che vuole fare una statua usa il proprio atto umano e crea una sostanza (una realtà) diversa dalla propria. Egli è di carne e crea una statua che è di marmo, ma l’atto è dell’essere umano e non del marmo. Capiamo allora che l’Atto increato del creare ha come effetto la creazione di un mondo creato, il quale ha una sostanza diversa da quella di Dio, come diversa è la statua che l’artista crea dalla carne e dall’anima che costituiscono lui. L’Atto della santificazione – nel nostro caso specifico della benedizione – santifica le realtà oggetto della santificazione nel senso che conferisce loro una forza ulteriore. Non succede però lo stesso con l’Atto divinizzante di Dio, che fa sì che l’uomo diventi dio, cioè increato per grazia, vale a dire onnisciente, onnipotente, dotato di gloria, ubiquità, possibilità di camminare sulle acque, passare “a porte chiuse”, ecc., proprietà che appartengono esclusivamente al divino.

Nella Bibbia, tuttavia, leggiamo che anche gli uomini benedicono. Conosciamo la benedizione di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dei profeti ecc. Nasce spontanea la domanda: l’uomo può dunque benedire? E se questo è vero – lo riscontriamo nell’Antico e nel Nuovo Testamento –, chi è titolare di un tale diritto? Solo i sacerdoti? Per rispondere a questa domanda facciamo un passo indietro. Dio assume la natura umana e si fa uomo pur rimanendo Dio (continuando a possedere, cioè, nella persona del Logos, anche la natura divina: la teologia chiama ciò unione ipostatica). Il Logos (ovvero l’Angelo del Gran Consiglio) assume non una persona umana ma una natura umana nella sua persona divina; in caso diverso, avrebbe salvato solo la persona specifica da lui assunta (“è salvato solo ciò che è assunto”, ripetono i Padri). Assumendo la natura umana, assume l’io di tutti noi, cioè di tutti gli esseri umani. Non solo: questa natura umana (l’io di tutti noi) viene innalzata alla destra del Padre e ora vive la stessa vita increata della Trinità. Dunque essa viene divinizzata in ragione dell’unione ipostatica e non dell’Atto divinizzante. Dobbiamo chiarire che un fatto è la divinizzazione della natura umana che Cristo ha assunto, la quale è unita alla sua natura divina senza confusione e senza divisione (un classico esempio è il fuoco di due candele vicine: il fuoco dell’una è unito al fuoco dell’altra e non possiamo distingue quale è il fuoco dell’una e quale quello dell’altra, anche se, staccando una candela, questa si porta via il proprio fuoco) e un’altra cosa è la divinizzazione del santo, prodotta dall’Atto increato di Dio che lo irradia e lo rapisce fino a portarlo nella sua vita increata. Se questo è vero, la conseguenza è enorme: tutti gli esseri umani, che hanno la natura che Dio ha assunto in sé, possano benedire. Basta la proprietà di essere uomini per poter benedire. Non serve appartenere a qualche Chiesa o nazione o cultura specifica. Ogni uomo, credente o no, cristiano, musulmano, ebreo, buddista, ateo, può benedire a motivo della natura umana che possiede e che il Dio Logos ha assunto. Per la Chiesa antica, infatti, l’uomo con il peccato non può annullare il dono di Dio, cioè la natura che ha. Lo può solo nascondere. È come quando il ferro si riempie di ruggine: la ruggine non può cancellare la natura del ferro in quanto il ferro coperto dalla ruggine rimane comunque ferro; tuttavia esso si nasconde e non appare più splendente. L’ascesi nel mondo antico della Chiesa aveva esattamente lo scopo di togliere la ruggine che ha ricoperto il ferro per far riapparire la natura splendente e dare così gloria a Dio, colui che ci ha dato questa natura. La gloria viene attribuita non a chi toglie la ruggine, ma a colui – Dio – che ha fatto il ferro, la natura umana. Ogni uomo è bello, perché così è stato creato da Dio che è bello. Il peccato solamente copre la bellezza. L’ascesi permette all’uomo di liberarsi dalla ruggine che nasconde questa bellezza, e dunque di splendere nuovamente e di glorificare Dio, il Bello che dona bellezza. Un’altra conseguenza è la seguente: Cristo è l’archetipo di ogni essere umano. La Chiesa antica crede che Dio, quando crea Adamo, dipinge un’icona di Cristo. È da sempre, allora, che Dio ha deciso di incarnarsi e di farsi uomo, è da sempre che ha deciso di unirsi alla sua creatura, di cui è stato l’archetipo. L’incarnazione è sì avvenuta nel tempo e nella storia, ma la cosa certa è che egli agiva anche prima della sua incarnazione. Per questo le benedizioni degli uomini che sono vissuti prima dell’incarnazione, cioè ai tempi dell’Antico Testamento, hanno lo stesso valore di quelle del Nuovo. Per la Chiesa ortodossa (come anche per la Chiesa delle origini), tutti possono benedire, ma non tutte le benedizioni hanno lo stesso rilievo. L’uomo, quando lotta per liberare la propria natura dalla ruggine, per renderla simile alla natura di Cristo e poter dunque dire: “Non sono più io a vivere, è Cristo che vive in me”, se benedice, conferisce alla sua benedizione un valore di gran lunga maggiore. Tale sforzo ascetico si effettua per arrivare ad amare senza tornaconti, con la stessa intensità con cui Cristo ha amato noi tutti. I nostri amori cercano il proprio interesse. Ma l’amore di Cristo e delle persone che hanno tolto la ruggine è un amore “che non cerca il proprio interesse”. Per conseguirlo, bisogna avere fede nel Dio che apre i cieli e scende fino alla nostra degradazione e nullità. E questa è la fede di Abramo, dei profeti, degli Apostoli, della Chiesa. La fede che ha salvato il mondo.

Quale e quanta bellezza nasconde la benedizione di coloro che hanno amato come Dio ha amato, di coloro che sono giunti a rinnegare il proprio interesse per conseguire quell’amore che è insito nella nostra natura, un amore dimenticato e talmente arrugginito che l’uomo di oggi più non crede nella sua esistenza! Lasciamo le ultime nostre parole a un testimone di un tale amore, a un testimone di una tale benedizione: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi l’amore, a nulla mi servirebbe. L’amore è magnanimo, benevolo è l’amore; non è invidioso, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non avrà mai fine”.

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