Vita si San Atanasio il Grande

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Sulle orme del giovane Atanasio

Ci troviamo nel IV secolo: il dominatore dello scenario politico era Costantino il Grande, imperatore dell’impero romano. Con Costantino il Cristianesimo diventò religione ufficiale dell’impero e cessarono le persecuzioni anticristiane. In quell’epoca appaiono anche le grandi eresie del mondo cristiano, di cui la principale era l’Arianesimo. Esso prende il nome da Arios, nato in Libia nella seconda metà del III secolo. Studiò alla scuola di Luciano di Antiochia (Tale scuola fu creata ad Antiochia in Siria da Luciano di Samosata nel 260-270). Essa usava il metodo grammatico-storico nell’interpretazione della Santa Scrittura, cioè si interessava degli elementi storici che in qualche modo rivelano la personalità di Cristo, come anche il significato evidente della Rivelazione. La tensione di questa scuola molto spesso condusse ad un razionalismo dannoso e precursore di eresie. Si tenga ben presente che Luciano di Samosata era un “monarchiano dinamico”. Ossia considerava il Figlio come una forza di Dio. Tale forza abitò nell’uomo Gesù il quale, a causa della sua perfetta eticità, fu adottato dal Padre e diventò Figlio per grazia. Vedremo poi l’influenza che ha avuto Luciano su Ario. Altri rappresentanti di questa scuola sono stati Teodoro di Mopsuetias, maestro di Nestorio, Giovanni Crisostomo ecc.) e probabilmente ancor prima ad Alessandria (La scuola di Alessandria diventò famosa quando era diretta da Panteno. Secondo Eusebio fu creata dall’evangelista Marco. Aveva tre caratteristiche principali: 1) la ricerca metafisica del contenuto della fede, 2) l’influenza della filosofia platonica, 3) l’interpretazione allegorica della Sacra Scrittura. I più famosi alessandrini furono Clemente, Origene, Cirillo ecc.). Esiste anche un’informazione non confermata che fosse stato anche direttore della scuola alessandrina. Tuttavia in seguito si stabilì in Alessandria dove venne ordinato sacerdote dal Vescovo Pietro. In seguito fu prima sospeso, ma poi nuovamente accettato nel clero dal Vescovo Achillà succeduto a Pietro. Passato Achillà, Ario aiutò Alessandro a diventare Vescovo di Alessandria. Tuttavia si scontrò ben presto con lui a causa dell’opinione contrastante su di un versetto della Sacra Scrittura che si riferiva alla “Persona del Figlio di Dio”. Tale versetto era stato diramato dal neo Vescovo Alessandro a tutti i sacerdoti per raccoglierne la loro interpretazione personale. Alessandro vide nella spiegazione di Ario uno sforzo per sottovalutare la “Persona del Figlio”. Dai vari incontri personali tra i due, venne chiarito che Ario insisteva nella sue posizioni ed in particolare considerava Alessandro un sostenitore di Sabellio . Malgrado tutto, il Vescovo inizialmente non reagì, ma successivamente lo mandò in esilio. Ario andò in Palestina, Siria ed Asia minore dove convinse molti Vescovi tra cui Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea. I Vescovi si incontrarono intorno ad Ario e giustificarono le sue posizioni durante un sinodo, col quale chiesero la riammissione di Ario nella Chiesa. Ario scrisse una Apologia che fu votata dal Sinodo a Nicomedia e trasmessa come epistola al Vescovo di Alessandria. Esso a sua volta come risposta, convocò un Sinodo in Alessandria del 318 che confermò la condanna di Ario. L’eresia di Ario assunse varie dimensioni e raccolse molti consensi tra i fedeli. Alle discussioni teologiche partecipava anche il popolo e i pagani deridevano i cristiani riuniti nei loro teatri. Ario insegnava che “uno è Dio” ingenerato ed esistente da sempre (epistola ad Alessandro). Vicino a Dio una forza impersonale, la “Sofia”: è il Verbo. Dio era Dio senza essere Padre: Dio non era sempre Padre, ma lo diventò solo successivamente, quando volle creare il mondo e così creò un essere, il Figlio. Si chiama “Sofia” e “Logos”, per cosiddire. Esistono due Sofie: una impersonale ed una personale, il Figlio (il quale è la seconda Sofia) che è creato. Il tempo presente comincia con la creazione del Figlio, il primo generato, l’architetto della creazione. Non è perfetto Dio perché non conosce e non vede il Padre ed è “treptos” (mutabile), come tutti gli essere umani. Per cosiddire si può chiamare “Dio”, come tutti gli esseri umani. Questa discussione, questo scandalo ed inimicizia che si è creata in Egitto, non poteva essere affrontata con la mano impotente del suo Vescovo Alessandro. Fortunatamente Dio ha dato al Vescovo, per questo tema, un aiutante molto capace: fra i suoi preti c’era anche un giovane diacono, poco importante e piccolo di statura, ma con un’anima tanto calorosa e luminosa che risplendeva dai suoi occhi. Questo giovane si chiamava Atanasio ed era destinato a riempire l’Ecumene cristiana con la sua fama. Aveva solo vent’anni quando cominciò questa disputa. Anche se era giovanissimo, aveva già scritto due discorsi: il primo “Discorsi contro i Greci” (ossia: greci uguale pagani) ed il secondo “Discorso per l’Incarnazione del Figlio di Dio e la sua manifestazione (Epifania) verso di noi”. In tutti e due questi discorsi emergono una teologia profonda, una fede potente, una continuità con quello che videro i profeti, con quello che insegnarono i Apostoli e con quello che la Chiesa ereditò dai Padri. Il tutto espresso con quell’arte retorica tipica degli antichi Greci: Atanasio si affermava così come uno dei migliori campioni della rinascita dell’insegnamento cristiano dell’epoca! La sua anima era piena dei principi e delle speranze del cristianesimo e la sua fede lo spingeva ad usare la cultura del suo secolo mondano, per abbattere il pensiero di questa epoca pagana. Se aggiungiamo a tutto questo, la sua natura particolare, cioè la grande intelligenza, lo spiccato senso pratico ed il suo coraggio, avremo una piena conoscenza della personalità di Atanasio. Atanasio capì subito il pericolo che minacciava la fede cristiana. Ario rifiutava di riconoscere il mistero Trinitario. E’ stata questa da sempre una tentazione del pensiero filosofico dell’uomo che non riesce, con la logica, a capire il mistero di Dio. E siccome “Dio”, per la filosofia greca, era “l’assoluto uno”, questo uno non poteva essere anche trino perché l’affermare che “uno è uguale a tre” era una cosa completamente illogica. Per questo motivo Ario riconosceva come Dio il Padre: uno è quindi l’assoluto uno ed il Figlio diventava così una creatura. La conseguenza di questa filosofia, che Atanasio aveva intravisto, era l’impossibilità per l’uomo di divinizzarsi, ovvero di innalzarsi verso Dio. Questo errore era determinato dal fatto di considerare lo stesso Salvatore non Dio e dunque di parlare solo di un miglioramento etico dell’uomo e non di una divinizzazione. Quando Atanasio concepì questo errore, si buttò nella lotta e dedicò tutta la sua vita, tutte le sue forze alla difesa del Logos incarnato, con tanta devozione cristiana e tanto coraggio, che presto diventò “il più santo di tutti gli eroi, o meglio, il più eroe di tutti i santi.” Questa era la situazione quando Costantino, dopo la sua vittoria su Licino, arrivò a Nicomedia (che in quell’epoca era ancora la capitale dell’Impero di fatto, dal momento che Diocleziano vi portò il governo imperiale). Ortodossi e Ariani avevano chiesto la sua protezione. Costantino, che non voleva questa confusione, in quanto rischiava di creare una guerra civile nell’impero, scrisse una epistola con la quale chiedeva alle due fazioni di lasciare la contesa e cercare un accordo per far ritornare la pace nella Chiesa. Ma le cose non andarono così ed Ario, che andò davanti all’imperatore, confuse così tanto Costantino, che non capiva molto su queste discussioni, che gli creò molti dubbi. Tuttavia l’inimicizia e la confusione continuarono nell’Impero e si rischiò di non arrivare ad una soluzione. Così Costantino capì che sarebbe stato necessario convocare un Concilio Ecumenico, quale intervento risolutivo, cosa che fece nel 325 a Nicea. A questo concilio ecumenico parteciparono 318 padri. Erano invitati tutti i vescovi della cristianità, mentre l’Imperatore si è fatto carico delle spese, ma dall’Europa occidentale vennero soltanto 4 o 5 vescovi; lo stesso vescovo di Roma non partecipò personalmente, ma mandò 2 sacerdoti a rappresentarlo. La maggioranza vennero dalle città Elleniche o ellenizzate. Fra questi si distinguevano il vecchio Alessandro, Vescovo di Alessandria, accompagnato dal suo giovane consigliere Atanasio. Costantino partecipò nelle discussioni, come dice Eusebio: “parlando greco perché non era estraneo a questa lingua”. I vescovi si incontrarono nella metà di giugno del 325, ma la riunione ufficiale si tenne il 5 o 6 di luglio. L’incontro durò 20 giorni e risolse la questione del rapporto fra il Padre ed il Figlio usando il termine “omoousios” (consustanziale). Scrissero lì anche i primi articoli del “Simbolo della fede” (Credo) in modo che tramite esso, ogni fedele potesse testimoniare e dare una sua omologia ortodossa della Fede Cattolica (da tutti e da sempre creduta, cioè “universale”). “Credo in un solo Dio Padre onnipotente creatore del cielo e della terra e di tutte le cose visibili ed invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato consustanziale (omoousios) al Padre, per mezzo di Lui tutte la cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, patì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le scritture, è salito al cielo, e siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, con gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo Regno non avrà fine. E nello Spirito Santo.” L’estensione dell’articolo riguardante lo Spirito Santo fu compiuta nel II Concilio Ecumenico (Costantinopoli) (“Comparando i testi del credo niceno originario con il credo niceno -costantinopolitano si nota che quest’ultimo comprende sette articoli del credo niceno, con due leggere omissioni e cinque nuovi articoli che implicitamente rigettano alcune eresie. Le aggiunte più importanti sono. “creatore del cielo e della terra”, contro i marcioniti, i manichei e specialmente Ermogene, i quali accettavano la concezione filosofica greca dell’eternità della materia e, implicitamente, del mondo; “prima di tutti i secoli”, contro Sabellio, Marcello di Angira, Fotino di Sirmio e Eunomio; “dallo Spirito Santo e dalla vergine Maria” contro gli apollinaristi, “e siede alla destra del Padre…il cui regno non avrà fine”, contro Marcello e il suo discepolo Fotino: e, infine, quasi tutto l’ottavo articolo sullo Spirito Santo contro i diversi gradi di negazione della divinità dello Spirito…” Gennadios Limouris: voce credo niceno del “Dizionario del movimento ecumenico” ) La filosofia greca, come abbiamo visto, non poteva concepire che “l’assoluto uno” è uguale a tre. Inoltre Dio, secondo la concezione greca, era estraneo e trascendente al mondo. Per colmare la distanza fra mondo e dio, Platone introduce dèi minori , creati da dio (l’assoluto uno): essi in seguito crearono il mondo. Gli gnostici continuarono questo sforzo. Per risolvere questi problemi, verso la fine del terzo secolo, Sabellio affermò che Dio, l’assoluto uno, è uno però con tre persone, cioè con tre maschere (in quell’epoca il termine “persona-prosopon” era sinonimo di maschera). Diceva che nell’Antico Testamento Dio ha la maschera del Padre e nel Nuovo quella del Figlio, mentre nella Chiesa ha quella dello Spirito. Gli ortodossi reagirono a Sabellio, ma con due espressioni diverse: gli Alessandrini usarono l’espressione “tre persone, tre ipostasi”, per indicare che le persone non sono maschere, ma esistenze reali. In Occidente si usò l’espressione “tre persone, una ipostasi” (considerando però qui il termine “ipostasi”, in latino “substantia” -, con il significato di “sostanza” che in greco corrisponde a “ousìa”). Questa espressione però, agli occhi degli Alessandrini, lasciava senza reale esistenza (ipostasi) le persone, che si potevano così interpretare come maschere; dunque questa formula poteva essere interpretata come Sabelliana. Il problema era molto complesso perché si usava l’espressione “ipostasi”, preso dalla filosofia greca, e in quell’epoca il significato di questo termine si avvicinava ancora alla parola ousìa (sostanza). Così, “tre persone, tre ipostasi” (se “ipostasi” qui ha il significato di sostanza), poteva indicare che il Figlio non era della stessa sostanza del Padre: tale affermazione poteva quindi essere considerata Ariana. Abbiamo visto prima però che Ario, combattendo Sabellio, considerava il Figlio come creatura. Questo perché Ario affermava che il Figlio era una esistenza reale (ipostasi), non una maschera, ma tuttavia salvando anche la filosofia greca la quale affermava che solo uno è Dio, l’assoluto uno è uno: questo assoluto uno è il Padre, mentre il Figlio è una creatura perché non conosce il Padre, ma solo la sua energia increata nelle sue molteplici manifestazioni. (Sia gli ortodossi che gli ariani hanno pienamente aderito alla tradizione ereditata secondo la quale solo Dio conosce la propria ousìa. Questo significa che Colui che conosce la natura Divina è, per sua natura, Dio stesso. Così , per provare che il Logos è una creatura, gli ariani hanno affermato che il Logos non conosce l’ousìa (la sostanza, essenza) del Padre. Gli ortodossi hanno invece affermato che il Logos conosce l’ousìa del Padre, perciò è increato. Le creature non possono conoscere la sostanza di Dio ma solo possono conoscere l’energia increata di Dio nelle sue molteplici manifestazioni.) Allora il concilio di Nicea afferma apofaticamente che il Figlio è della stessa sostanza del Padre ( omoousios, consustanziale), quindi l’espressione “tre persone tre ipostasi” viene rigettata come Ariana in quanto ancora non esisteva una separazione netta fra ousìa e ipostasi. Alla fine del simbolo di Nicea sono scritti degli anatemi contro le più importanti espressioni eretiche di Ario: “A quelli che dicono che c’era (esisteva) un tempo che non era (esisteva)(il Figlio), e prima di essere nato non esisteva (Il Figlio), e anche che è nato dal non essere, o da un altra ipostasi o sostanza…” da questi comprendiamo che per i concilio di Nicea ipostasi era sinonimo di sostanza ). Tuttavia però il termine “consustanziale”, usato nel concilio di Nicea, non risolve totalmente la questione Ariana. In particolare, i gruppi Ariani, che uscirono dopo il Concilio di Nicea ( che vedremo in seguito), accusarono questo Concilio di esser Sabelliano per la non chiarezza terminologica sopra detta. La soluzione a questo malinteso la avviò S. Atanasio e la formularono in seguito definitivamente i Cappadoci affermando che “l’ipostasi non è uguale a sostanza (ousìa), ma differisce da essa come l’individuale dall’universale (cioè ipostasi uguale a persona e tutto questi si separa dall’ousia)” concetto che approfondiremo più avanti. La controversia fra gli Ortodossi e gli Ariani si basava sulla relazione del Logos (Verbo – Figlio) con il Padre. Gli Ortodossi hanno insistito sul fatto che il Logos fosse increato e immutabile. Egli è sempre esistito col Padre il quale, dalla sua natura, l’ha generato prima di tutti i secoli. Gli Ariani hanno insistito che lo stesso Logos è una creatura mutevole che dedurrebbe la sua esistenza prima di ogni tempo, grazie alla volontà del Padre. Ma sia gli Ortodossi sia gli Ariani non hanno mai dubitato che il Logos è una persona molto concreta (una ipostasi, e in questo si differenziavano dal Sabellio, solo che gli ortodossi la consideravano come persona, mentre gli Ariani come sostanza) che ha rivelato il Dio invisibile dell’antico testamento ai profeti, agli Apostoli e ai Santi. Il Logos è sempre stato identificato con l’Angelo di Dio, il Dio della Gloria, l’Angelo del Gran Consiglio, il Dio Sabbaoth e la Sapienza di Dio apparsa ai profeti dell’Antico Testamento che è divenuta Cristo nascendo come uomo dalla vergine Teotokos. Nessuno ha dubitato tutto ciò, sia gli Ortodossi, sia gli Ariani (nessuno tranne Agostino e la teologia latina). Così le questioni di base furono: cosa videro i profeti nella gloria increato, di Dio? Un Logos creato o un Logos increato? Un Logos che è Dio per natura e, perciò, che ha tutte le energie e i poteri della natura di Dio, o un Dio per grazia che ha alcune, ma non tutte le energie del Padre, per cui è Dio solo per grazia e non per natura? Sia gli Ortodossi che gli Ariani erano d’accordo sul principio che, se il Logos ha ogni potere ed energia del Padre per sua natura, allora è increato. In caso contrario è una creatura. Nella Bibbia c’è una testimonianza di quanto i profeti e gli apostoli videro nella gloria del Padre. La Bibbia stessa, quindi, può rivelare se il Logos ha o no tutte le energie e i poteri della natura paterna. Allora, conosceremo se i profeti e gli apostoli hanno visto un Logos creato o un omoousios increato del Padre. Una delle cose più stupefacenti nella storia dei dogmi è il fatto che sia gli ariani che gli ortodossi utilizzarono, indiscriminatamente il Vecchio e il Nuovo Testamento. La ragione era molto semplice. Essi fecero un dettagliato elenco dei poteri e le energie del Padre. Lo stesso fecero per il Figlio. Poi li compararono per vedere se erano identici o meno. Per loro il fatto importante non consisteva nella somiglianza, ma nell’identità. Tratto dagli scritti di Ioannis Romanides). Il Concilio di Nicea ha condannato Ario e lo ha esiliato assieme ai suoi fanatici seguaci in Galatia dell’Asia Minore. I due Eusebi firmarono, non senza dubbi, l’omologia ortodossa del Concilio di Nicea, anche perché Costantino era deciso di dare il suo appoggio alla decisione del Concilio. Costantino ha emanato anche un decreto contro tutti quelli che non accettavano il Concilio; chiamava Ario seguace di Porfirio (filosofo neoplatonico); ordinò di bruciare tutte le sue opere e condannò a morte chiunque nascondesse una di queste opere. Ma purtroppo il Concilio di Nicea non diede fine a questa disputa. Ario aveva tanti amici potenti fra questi Eusebio di Cesare e Eusebio di Nicomedia. Quest’ultimo convinse Costantino a richiamare Ario dall’esilio per terminare tale divisione nella Chiesa. Così alla fine del 330 chiamò Ario a corte e gli chiese di accettare il Simbolo di Nicea; quando Ario rispose affermativamente, gli chiese di sottoscrivere l’omologia della fede conciliare. Ma Ario consegnò un’omologia nella quale affermava di credere ad un solo Dio, padre onnipotente e ad un Signore Gesù Cristo, il figlio di Dio, che è stato generato dal Padre prima di tutti i secoli. In questa omologia manca il termine “consustanziale” (della stessa sostanza) con il Padre. Però Costantino non insistette ed accettò l’omologia, perdonò Ario e considerò fanatici (oggi diremo fondamentalisti) quelli che protestavano non considerando questa omologia ortodossa. Questa riconciliazione non fu risolutiva. Ario era sacerdote in Alessandria e voleva ritornare lì. Ad Alessandria però sarebbero accaduti dei fatti che avrebbero reso vani tutti gli sforzi che riguardavano il ritorno di Ario, qualunque fosse l’onnipotenza dell’imperatore che lo sosteneva. Quando si seppe che il vecchio vescovo Alessandro era sul punto di morire, presso questo difensore dell’ortodossia Nicena accorse tutto il clero e tutti i fedeli della città per stare vicino ad un’anima santa che saliva al cielo. Un silenzio profondo dominava attorno al moribondo vescovo Alessandro, quando all’improvviso si sentì il vecchio sussurrare il nome di Atanasio. Quelli che stavano intorno si stupirono perché sapevano che Atanasio era a Costantinopoli (che nel frattempo diventò novella capitale dell’impero Romano) per un’incarico che gli aveva affidato Alessandro. Un altro prete che si chiamava Atanasio si presentò e quindi disse: “Sono io, Signore.” Il vecchio vescovo però non rispose e continuò a chiamare Atanasio aggiungendo dopo: “Atanasio credi che riuscirai a scappare, ma non ce la farai.” Allora tutti intuirono il significato della scena misteriosa. Capirono che Atanasio apposta aveva ritardato il suo ritorno per non diventare il successore di quel vecchio santo. Tuttavia il vecchio Alessandro con tale sogno profetico manifesto a tutti, gli annunziava che non sarebbe riuscito ad evitare il suo destino. Il desiderio del moribondo vescovo si diffuse come un fulmine in tutta la città. Così quando si incontrarono in Alessandria i 54 vescovi della provincia di Egitto per eleggere il nuovo vescovo nel trono patriarcale di Alessandria, la grande massa che si riunì nella chiesa, come un coro unanime ed un cuore solo, gridò che sceglieva Atanasio come Pastore. I vescovi non concordavano con tale nomina, ma non potendo contrastare l’insistenza del popolo, furono costretti a nominare Atanasio, che nel frattempo ritornò in Alessandria e fu consacrato Vescovo tra l’esultanza e la letizia di tutto il popolo.

Sant’Atanasio Patriarca

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 Sant’Atanasio iniziò, così, la parte della sua vita come vescovo d’Alessandria, una parte che durò, all’incirca, mezzo secolo. A partire dal pontificato atanasiano, Costantino cessò d’essere il protagonista dei suo tempo. A calcare la scena della storia ci fu un altro uomo il quale, con la sua esistenza, avrebbe confermato che il credente unito con Cristo risorto si divinizza e può affrontare tutte le difficoltà di questo mondo, divenendo sale della terra e luce che brilla nell’oscuri SANT’ ATANASIO IL GRANDE Atanasio incominciò ad adempiere i suoi doveri archieratici con l’entusiasmo della gioventù, unito alla sicurezza che Cristo era presente nella sua vita. Come San Paolo, egli sentiva di non vivere per sé, poiché era Cristo a vivere in lui. Infatti non aveva assunto l’episcopato per fare la propria volontà, ma unicamente la volontà di Cristo. Ciò aveva comportato che Atanasio morisse a questo mondo per rinascere nella Grazia. Questi concetti cristiani, già enunciati e vissuti dall’Apostolo, hanno fatto in modo che Atanasio affrontasse con fermezza le avversità connesse alla sua missione. Così, quando ricevette una lettera da parte dei vescovo di Nicomedia, Eusebio, che lo informava sugli ultimi accadimenti tra Ario e Costantino con la preghiera d’accettare Ario fra i preti alessandrini, egli rifiutò tale richiesta senz’alcuna esitazione. la lettera di Eusebio era scritta in tono amichevole e illustrava ad Atanasio che sarebbe stato importante accettare Ario perché ciò avrebbe reso un’enorme soddisfazione all’imperatore Costantino. Atanasio capi il nuovo pericolo che avrebbe minacciato la Chiesa e, con tutta la sicurezza che veniva dalla sua unione con Cristo risorto, rifiutò all’imperatore la sua attesa soddisfazione. Tutt’altro che arreso, Costantino gli inviò una seconda lettera dello stesso tenore della prima, ma il latore dell’epistola parti senz’alcun successo: Atanasio rispose all’imperatore che la sua richiesta non avrebbe mai potuto essere soddisfatta. La fermezza di Atanasio spazientì Costantino che, in un’ulteriore lettera, iniziò a minacciare il vescovo alessandrino di deposizione e di esilio se fosse rimasto dello stesso avviso, cioè continuando a non accettare nella Chiesa coloro che lo desideravano. Atanasio, per nulla intimorito, rispose, a sua volta, che la Chiesa non poteva avere nulla in comune con chi negava a Cristo la Sua natura divina. Ma Atanasio si comportò proprio bene? Non avrebbe potuto soprassedere facendo finta che l’omologhia (= la confessione di fede) firmata da Ario fosse ortodossa, come molti ritenevano, per poi accoglierlo nel suo clero? No di certo, perché Atanasio sapeva che Ario, pur avendo firmato l’omologhia, non accettava la consustanzialità dei Figlio con il Padre, importante dogma formulato,nel concilio di Nicea. la consustanzialità (il Figlio ha la stessa sostanza del Padre) comportava che Cristo avesse la stessa divinità paterna. Negare la consustanzialità significava negare la divinità dei Figlio. Inoltre Ario, non essendo un uomo d’ascesi e di preghiera, non aveva alcuna unione con Cristo e alcuna esperienza della Sua viva presenza. La sua teologia si muoveva unicamente nell’ambito d’affermazioni filosofiche. Questo spiega come Atanasio evitasse attentamente che una tal persona potesse esprimere la teologia ortodossa e finisse per appartenere al clero d’un vescovo per il quale la teologia era basata sull’esperienza, sulla divinizzazione, sull’incontro dell’uomo con l’energia increata di Dio. Ario era un intellettuale, un filosofo, non aveva nulla in comune con chi parlava per esperienza, per aver visto e sentito. Ario non aveva nulla in comune con i Padri theofori (= i portatori di Dio) e quindi, in realtà, non era un teologo. Contrariamente a ciò, egli pensava che le sue affermazione avrebbero migliorato la fede della Chiesa, l’avrebbero approfondita più di quanto fecero gli stessi Padri theofori quando contemplavano il mistero trinitario. Egli non poteva capire che, con il suo metodo, non poteva né superare né tanto meno raggiungere i Padri theofori perché apriva le porte della Chiesa ali’ invasione dell’eresia. Sant’Atanasio immediatamente si contrappose alle idee ariane e combatté il suo avversario, senza perdere tempo ad accoglierlo o a cercare inutilmente di chiarirsi con lui. La contrapposizione atanasiana era basata sulla propria esperienza e su quella dei Padri e comportava l’autentica fede cristiana, ben distinta dall’eresia ariana. A questo punto è bene inserire una digressione che, per quanto ampia, illustra appena sufficientemente l’orizzonte teologico nel quale si dibatteva la controversia tra Ario e Atanasio. Tale digressione ci aiuterà a percepire che la posta in gioco non era composta da “sottigliezze bizantine” ma dalla sostanza della fede. Prima di tutto puntualizziamo che la chiarezza terminologica apportata da Sant’Atanasio nel contrastare Ario, chiarezza perfezionata in seguito dai Padri cappadoci, non è assolutamente un “approfondimento” dei dogma e nemmeno un cambiamento, come pensano quasi tutti i teologi occidentali. A questa osservazione dobbiamo inoltre aggiungere che gli antichi Padri non erano né semiariani né subordinazionisti, come affermano molti studiosi. In antichità la maggioranza dei Padri credeva che, prima della creazione dei mondo, Dio aveva il Logos in Sé (endiathetos Logos). Al momento della creazione dei mondo, Dio generò tale endiathetos Logos pronunciandolo (proforikos Logos). Così Dio divenne Padre e il Logos divenne l’unigenito Figlio. Il Logos in Dio (endiathetos) e il Logos pronunciato (proforikos) sono lo stesso identico Logos. A sua volta, il Logos è il Figlio dei Padre. Il Logos pronunciato (proforikos) è Figlio unigenito di Dio e proviene da sempre da Dio. E’ sempre esistito in Dio e Dio creò il mondo in Lui e per mezzo di Lui (Gv 1, 4). Il Logos assunse la carne umana e si chiamò Cristo. La nascita dei Logos da Dio come Figlio (proforikos Logos) non ne attribuì l’ipostatizzazione (= la personalizzazione, in pratica, la realtà), visto che esisteva anche prima come endiathetos Logos. Se la nascita dei Logos da Dio ne avesse attribuito la realtà, avremmo avuto anche l’ipostatizzazione di Dio con il suo divenir Padre. Nella terminologia usata da questi Padri theofori, i termini Logos pronunciato (proforikos), Padre e Figlio unigenito, specificano il rapporto di Dio con il mondo, come pure l’incarnazione dei divino unigenito e l’adozione in Dio dei santi divinizzati, fratelli di Cristo e figli di Dio. A sua volta, Dio diviene Padre per grazia dei santi divinizzati mentre lo è da sempre, per natura, nei riguardi del Logos. Questa terminologia è completamente ortodossa e può essere utilizzata per interpretare la Sacra Scrittura. Tuttavia, per dover combattere le eresie, la Chiesa, dal primo Concilio ecumenico, impiegò un’altra terminologia. Fra le due terminologie non esiste alcuna differenza contenutistica. Sfortunatamente, montanisti, fotiniani, monarchiani e ariani, utilizzarono l’antica terminologia nel loro insegnamento deformandola ereticamente con il risultato di farla scomparire fra gli ortodossi, anche se l’insegnamento sotteso alla terminologia stessa rimase. Sull’influenza dell’insegnamento della Chiesa, secondo il quale i profeti dell’Antico testamento videro il Logos di Dio, gli gnostici affermarono che l’Angelo dei Signore, o il Signore della gloria presentatosi ai profeti, è il Dio creatore. Essi aggiunsero che questo Dio creò il mondo da solo senza la collaborazione dei Dio Supremo. Egli avrebbe ingannato i giudei ed essi lo cedettero l’unico solo Dio. Il Dio supremo si è rivelato tramite Cristo e altri esseri superiori, inviati da Lui per condurre le anime degli gnostici nel mondo immateriale, nel quale apparterrebbero per natura (insegnamento della maggioranza degli gnostici) o per grazia (insegnamento di Macrion). Contro quest’ insegnamento reagirono ortodossi e monarchiani. Quest’ultimi affermarono giustamente che l’energia dei Padre è uguale a quella dei Figlio. Di conseguenza, il Creatore è quel Signore della gloria che si manifestò ai profeti. Creatore è pure il Padre che manifestò se stesso. I monarchiani si discostarono dall’Ortodossia affermando che il Padre e il Figlio sono nomi di una sostanza e di una ipostasi in Dio. Infatti, per essi, quand’Egli è nascosto si chiamerebbe Dio, quando appare ai profeti si chiamerebbe Angelo di Dio, quando s’incarna si chiamerebbe Padre e Figlio, ossia, Padre per la Sua divinità nascosta e Figlio per la Sua natura umana. Così, secondo Sabellio (monarchiano tropico), il Cristo si chiama Figliopadre (Yiopator). Ne consegue che il Padre si è crocifisso con il Figlio. Gli gnostici summenzionati aggiunsero che Colui che manifestò se stesso, l’Angelo creatore dell’Antico Testamento, è un essere inferiore perché è percepibile ai sensi, mentre il Dio Supremo è visibile solo se ci si libera dal corpo, dai sensi e dalle passioni. E’ questo che ha fatto reagire i monarchiani (Sabellio), contrapponendo alle menzionate eretiche affermazioni quella per cui l’Angelo con il Dio dell’Antico Testamento e il Padre con il Figlio dei Nuovo Testamento sono uguali non solo secondo l’energia ma, pure, secondo la sostanza e l’ipostasi. Per i monarchiani, Dio si chiamerebbe Angelo, Logos e Figlio di Dio quand’è visibile, Dio e Padre quand’è nascosto. Questa confusione tra le proprietà della paternità e della figliolanza è un’eresia che non s’accorda con l’esperienza delle persone giunte alla divinizzazione. Contro quest’eresie appaiono quattro reazioni, due ortodosse e due eretiche: La prima reazione, rappresentata dagli alessandrini ortodossi, è basata sull’affermazione in base alla quale la Trinità non è composta da un’ipostasi o sostanza (al tempo i due termini avevano ancora medesimo significato) ma da tre. Tali ipostasi sono simili in tutto; nella regalità, nelle divinità, nella volontà e nell’energia. Gli autori di questa prima reazione ortodossa sono Origene e Dionigi di Alessandria; la seconda reazione è rappresentata dagli ortodossi di Roma i quali, all’inizio, evitarono l’uso delle parole substantia e essentia. Poiché i vescovi di Roma erano reticenti a chiarire le loro posizioni teologiche nei riguardi delle nuove terminologie monarchiane e alessandrine, essi furono accusati di accostarsi alle posizioni di Sabellio. I latini ortodossi utilizzarono la definizione tres subsistentiae solo molto più tardi con il corrispondente significato di tre ipostasi; la terza reazione, generalmente ignorata, è rappresentata dagli eretici montanisti. Secondo il loro insegnamento, Dio, prima di tutti i secoli, ha generato il Logos da sempre esistente. Dio divenne Padre mentre il Logos Suo Figlio unigenito. Con esso è stato creato il mondo e Dio si è reso visibile ai profeti. I montanisti aggiungevano che il Logos diventò visibile ai profeti poiché, al momento della sua generazione, assunse una natura creata o una carne in seguito rigettata al momento della sua incarnazione umana nel grembo della Vergine Maria. La differenza tra la persona di Dio e il Logos sta nel fatto che Colui che venne visto nell’Antico Testamento, divenne uomo, fu crocefisso ed è risorto, non è Dio; la quarta reazione è rappresentata dagli eretici fotiani e samosatensi. Essi non riferivano i nomi Padre e Logos unigenito a Dio e al Logos prima della creazione dei mondo, ma li legavano esclusivamente all’incarnazione dei Logos e alla Sua nascita dalla vergine. Questo serviva a dimostrare il loro insegnamento secondo il quale il Figlio e il Padre sono una natura o ipostasi o sostanza increata la quale, divenendo carne, assunse una natura creata. Dunque, il problema della visibilità di Dio ai profeti, iniziò ad essere affrontato con gli gnostici. Ad essi risposero i monarchiani in modo eretico svuotando di significato il dogma trinitario rivelato. Ciò avvenne perché presumero, con gli gnostici, i platonici e gli aristotelici, che il Dio invisibile e il Dio Logos o Angelo non possono esser uguali, simili o consustanziali. I monarchiani risolsero il problema identificando Dio e il Logos. I montanisti giunsero alla conclusione che il Logos è invisibile come il Padre, ma si rende visibile con la natura creata assunta prima della creazione dei mondo. Da quanto abbiamo constatato, esiste una similitudine fra ortodossi ed eretici, similitudine che consente d’individuare l’insegnamento basilare della Chiesa sull’apparizione a profeti, apostoli e santi, dei Logos o Angelo della gloria nella Sua regalità nello Spirito Santo. Tuttavia gli eretici immaginavano il Logos in diverse maniere. Alcuni affermavano che Egli era una creatura (gli gnostici); altri ritenevano che era apparso ai profeti tramite mezzi creati (i montanisti); altri ancora, lo ritenevano uguale a Dio secondo le sue proprietà (i monarchiani). Ario intervenne all’interno di questo composito mosaico con la caratteristica d’essere pienamente d’ accordo con gli ortodossi sul fatto che Colui che apparve ai profeti, l’Angelo della gloria, è il Logos di Dio che divenne carne. Perciò né ariani né ortodossi hanno cercato di confermare tale concetto visto che entrambi lo presupponevano. Quest’importante elemento sfugge agli studiosi odierni dei primo e dei secondo Concilio ecumenico. A differenza degli ariani, gli ortodossi insegnarono che il Logos nell’Antico e nel Nuovo Testamento è increato ed è Dio secondo natura. Colui che i.profeti videro invisibilmente e conobbero ypernoitòs (= al di sopra dei pensiero) è l’increato Logos nella gloria increata dei Padre e nello Spirito Santo. Viceversa gli Ariani insegnarono che il Logos è una creatura, creata da Dio dal non essere al di fuori dei tempo, creata dalla volontà, non dalla sostanza di Dio. Ario e Luciano di Samosata credettero che Dio avesse rapporti reali con il creato secondo la volontà divina, non secondo la natura o l’ípostasí perché, per loro, “secondo natura” significava “secondo la necessità”. Ad Antiochia tre sinodi condannarono l’eresia di Luciano il quale si rifiutava di credere che: -il Logos è generato prima di tutti i secoli come unigenito Figlio di Dio; -il Logos è un’ipostasi o ousìa (= sostanza); -questo Logos si uni secondo l’ipostasi o l’ousìa (questi termini intendono l’unione ipostatica) con la Sua natura umana. Gli Ariani accettarono l’insegnamento della Chiesa dopo la condanna di Luciano. In tal modo Ario era d’accordo con le affermazioni seguenti: -la Trinità ha tre ipostasi; -il Logos si unì secondo la sostanza o l’ipostasi con la natura umana; -la generazione dei Logos da Dio è avvenuta prima di tutti i secoli. Tuttavia, per Ario, le tre ipostasi trinitarie significavano che la Trinità aveva tre sostanze completamente diverse: una increata (il Padre) e le altre due create (il Figlio e lo Spirito) prima di tutti i secoli. Precedentemente alla creazione del mondo, le due ipostasi create erano due energie e Dio era una sola ipostasi o sostanza (ossia). Solo ai fini della creazione, Dio ha generato il Figlio e lo Spirito. Abbiamo sopra osservato l’insegnamento ortodosso in base al quale Dio aveva il Logos in sé (endiathetos). Tale Logos fu pronunciato dopo la Sua generazione. Tuttavia era lo stesso Logos sia che fosse endiathetos sia che fosse proforikos. A differenza di ciò, Ario insegnò che Dio, prima di tutti i secoli, generò dal nulla un secondo Logos. Per gli antichi ortodossi, la generazione dell’ endiathetos Logos in proforikos si è realizzata tramite la volontà dei Padre, perché non era considerato il modo d’ esistenza dei Logos, visto che Questo esisteva già in precedenza. Quanto si considerava, era il modo d’energia di Dio attraverso il Logos per la creazione dei mondo e l’incarnazione dei Logos stesso. A differenza di ciò, Ario considerava la generazione come il modo d’esistenza dei Logos. la maggioranza degli ortodossi era d’accordo con Ario che la generazione fosse il modo d’esistenza dei Logos, ma rimanevano fedeli agli antichi affermando che il Logos fu generato, non creato, dalla sostanza dei Padre o dalla sua ipostasi. Gli ortodossi rifiutavano che il Logos fosse creato dal non essere tramite la volontà dei Padre. Per Ario il generare era un atto che proveniva dalla volontà dei Padre e significava creare. Ne consegue che il Logos doveva essere una creatura e, come tale, non poteva certamente conoscere la sostanza dei Padre. Dio avrebbe rivelato al Figlio tutto quello che gli avrebbe potuto servire ad esclusione della sua sostanza. la generazione secondo natura comportava in Dio una necessità e una nascita obbligatoria. Il Logos, come creatura, poteva essere unito “secondo sostanza” solo con la sua carne. Ciò comportava inevitabilmente che la sua natura fosse corrotta. Osserviamo ora chiaramente come Ario utilizzasse la terminologia antica ma ne stravolgesse l’intero profondo significato perché le sue posizioni negavano, di fatto, la forza redentiva al Logos. E’ perciò che, nel primo Concilio ecumenico, si cambiò la terminologia antica ma non il significato da essa sotteso, visto che non è possibile approfondire ulteriormente il mistero trinitario. Cosi, a partire dal primo Concilio ecumenico, si identificarono i termini Padre con Dio e i termini Logos con unigenito Figlio di Dio. Inoltre, la generazione dei Figlio dal Padre fu riferita al perenne rapporto fra Padre e Figlio nella Santa Trinità e non all’incarnazione.

 Abbiamo fatto questa lunga digressione per renderci conto della ragione d’Atanasio nel rifiutare Ario fra i suoi preti, anche se costui aveva firmato l’omologhia della fede ortodossa (senza, però, l’articolo sul consustanziale), visto che, in realtà, non cambiò la sostanza delle sue posizioni, sostanza condannata nel primo Concilio ecumenico. Anche ai nostri giorni esistono dei cristiani che, in maggiore o minor misura, sono d’accordo con Ario. la base sulla quale essi si appoggiano viene fornita da Agostino il quale afferma che l’Angelo della gloria è una realtà creata appositamente per essere vista. Un altro punto d’appoggio per chi, senza saperlo, sposa alcune idee ariane è rappresentato da determinate affermazioni di Tommaso d’Aquino il quale indica due tipi di rivelazione: -tramite realtà create perché i sensi le percepiscano e -tramite i concetti logici. Quest’ultimo tipo di rivelazione sarebbe molto più importante della prima, cioè della visione esperienziale dei Padri theofori, poiché assomiglia alla visione della beata sostanza divina che i santi avrebbero in cielo. Sulla base di queste idee, a dir poco originali, Sant’Atanasio viene accusato per la sua insistenza, denominata a volte pazzia o fondamentalismo, insistenza che si pensa sia nata per amore dei potere. Così gli studiosi che si basano sui sopraddetti concetti agostiniani e tomisti, ironizzano contro i cristiani ortodossi perché, secondo loro, essi si occuperebbero di cose vane ed inutili, visto che non vogliono l’unione con chi la pensa diversamente da loro a tutti i costi. Tuttavia la fede ortodossa che può salvare l’uomo, non è quel tipo di credenza immaginata da questi filosofi, ma la fede cristiana definita dai Padri theofori i quali non esperivano “realtà create” ma l’energia increata di Dio. Visto che esistono dei riferimenti cosi distanti, su quale base possiamo dialogare con chi parte da tali principi condannati dagli stessi Padri? Su tali idee che i Santi Padri senza timore alcuno chiamerebbero eretiche è inevitabile formare una “fede” individuale con la quale non si può percepire la Realtà divina, visto che ci si preclude dall’inizio ogni possibilità. Stando cosi le cose, i Padri si chiederebbero se questa è la stessa fede cristiana fondata sulla solida pietra, che è Cristo, fede che continua ad esistere da più di duemila anni grazie alla continua esistenza dei padri theofori. Se la base proposta da Atanasio non viene accettata, significa che Ario, e tutti quelli che la pensano come lui, non hanno a che fare con la fede cristiana, con la fede di Cristo, con la fede di Pietro e di Paolo con le fede degli Apostoli, con la fede delle persone divinizzare. Per rimanere nell’’alveo difeso da Atanasio e senza alcun gusto per la polemica, siamo obbligati, sia ieri che oggi, a non rispondere ad Ario, all’eresia a tutti coloro che, più per ignoranza che per malafede, trasformano l’increato in pensiero filosofico. Infatti una realtà creata è perfettamente inutile a salvare e a elevare l’uomo nel Regno increato. Era necessario chiarire questa questione teologica prima di proseguire con la vita di Sant’Atanasio per meglio comprenderne le scelte, il pensiero e per poterne cogliere l’insegnamento in tutta la sua pienezza. L’imperatore Costantino non capiva bene la profondità di queste questioni religiose. Siccome però vide che Atanasio insisteva, qualcosa ha sospettato e non è andato oltre. Però Eusebio di Cesarea decide di agire con un altro modo non tanto “ortodosso” per mandare via Atanasio. Il vescovo della metropoli di Antiochia aveva nell’Asia lo stesso primato che Atanasio aveva ad Egitto, il quale per giunta era della posizione teologica di Atanasio e si chiamava Eustathio. Mandando via questo vescovo nell’Asia e sostituendolo con uno della sua influenza, Eusebio sarebbe diventato forte in Asia e avrebbe potuto colpire l’influenza di Atanasio. Per questo andò in Siria, si è messo d’accordo con molti vescovi di questo paese, costruì molte calunnie che riguardavano la fede e la vita privata di Eustathio e, facendo un sinodo ad Antiochia, condannò e depose l’onorato pastore di questa città. Molti vescovi protestarono, ma invano e il popolo di Antiochia, che amava molto il suo vescovo ha cercato di reagire in questa decisione prendendo le armi. Così la giusta reazione del popolo viene caratterizzata come rivoluzione. L’imperatore, che non amava tanto questa parola, mandò in Antiochia uno dal palazzo con l’ordine di validare gli atti del sinodo. Tutti si sottomisero in questa decisione e Eustathio mostrò per primo l’esempio dell’obbedienza, andando pacificamente in esilio accompagnato da tanti preti e diaconi. Ma Costantino non amava tanto le esagerazioni. Mandò via Eustathio ma non lo sostituì con l’amico di Eusebio ma con Eufronio. Il vescovo di Nicomedia Eusebio riuscendo al suo intento, rimane in apparenza tranquillo per poco, anche perché l’imperatore era impegnato nella guerra. Ma mentre Costantino si occupava di queste azioni, il suo demone cattivo Eusebio gli preparava nuove difficoltà. Che cosa spingeva questo uomo ad agire così non è tanto conosciuto. Era l’astio che sentiva contro Atanasio? Era la sua amicizia con Ario? Erano i suoi interessi privati?. Tutto insieme però non lo lasciavano tranquillo. Così cominciò di nuovo a fare la guerra contro Atanasio e a portargli tante difficoltà. Ad Egitto, al oltre di Ariani, esistevano anche altre più piccole eresie specialmente i Meletiani, che di solito, gli amici di Eusebio gli sfruttarono per tante calunnie contro Atanasio. In effetti cominciarono a uscire fuori, da questo abbiente accuse contro Atanasio molto serie, come omicidi e sacrilegi. E queste accuse arrivarono fino all’imperatore. Sicuramente Atanasio dimostrò ripetutamente al Costantino l’infondatezza di tale calunnie; ma alla fine Costantino cominciò a crederle anche perché gli arrivarono alle orecchie certe informazione false le quali dicevano che Atanasio riuniva grandi ricchezze e preparava la rivoluzione contro il suo regno. Costantino era delicato quando sentiva che minacciavano la sua autorità e, in questo caso, anche il governatore (eparchos) Filagrios aveva scritto contro Atanasio essendo geloso dell’amore che nutriva il popolo per il suo vescovo che gli aumentava il potere e il prestigio. Così il re non sentiva senza interessi tutte le calunnie contro Atanasio. Eusebio allora propose a Costantino di convocare un sinodo dei vescovi a Cesarea della Palestina per risolvere la questione e l’imperatore accettò volentieri. Allora tutti gli amici di Eusebio si riunirono a Cesarea. Atanasio però prevedendo che lo chiamavano per condannarlo, non andò al sinodo. Si capisce che il suo rifiuto ha aumentato i sospetti del re, il quale non utilizzò ancora la violenza contro di lui, ma gli ordinò di andare al nuovo sinodo a Tiro il prossimo anno sottolineando che se non andava lo avrebbe punito severamente. Il sinodo a Tiro si fece il 335. Non era presente il re ma aveva un suo sostituto uno dei alti ufficiali Dionisio con l’ordine di validare gli atti di sinodo e di punire quelli che non rispettano gli ordini dell’imperatore.. Questi ordini non lasciavano scampo per il destino che aspettava Atanasio. Perché anche erano solo chiamati 60 vescovi tutti amici di Eusebio che non vedevano l’ora di condannare Atanasio. Gli ordini del re erano tassativi non poteva non andarci, prima per non offendere le coscienze delle persone che credevano a lui e secondo perché avevano imprigionato e lo tenevano a Tiro uno dei preti fedeli a Atanasio. Ma non andò da solo. Dai vescovi dell’Egitto erano chiamati solo i Meletiani. E Atanasio entrò a Tiro accompagnato da tutti gli ortodossi vescovi di Egitto, circa 50, e fra di loro esistevano anche alcuni vescovi vecchi che portavano ancora nel loro corpo i segni delle persecuzioni che subirono per la fede di Cristo. I loro arrivo provocò molta preoccupazione a Eusebio e i suoi amici. Non osarono certo rifiutarli il diritto di partecipare al sinodo, ma trovarono un altra azione con la quale speravano di spaventarli. Si accordarono con Dionisio e sfruttando una piccola maggioranza che avevano nel sinodo, obbligarono Atanasio di stare in piedi davanti ai giudici. Questo provocò molte proteste con il risultato di passare così la prima giornata. Alla fine però il processo cominciò. Atanasio è rimasto in piedi davanti ai suoi giudici a dopo le dovute proteste contro questo sinodo e la sua parzialità confuse le proprie accuse una per una così chiaramente che portò in difficoltà i suoi avversari. Allora loro hanno deciso di mandare ad Egitto una commissione per continuare l’interrogazione e guarda caso tutti della commissione erano avversari di Atanasio. Dopo le dovute proteste, sfruttando la maggioranza mandarono la commissione ad Egitto. Atanasio vedendo così che la verità non viene rispettata decide di non aspettare oltre e parte di notte da questa città Passarono da allora alcune settimane.

L’imperatore Costantino, stava ritornando a Costantinopoli , quando, il momento che passava dalla porta centrale della città, vide un uomo che viene davanti a lui e mettendo le sue mani davanti al cavallo chiede giustizia. Il re si spaventò un po’ perché non riconobbe subito Atanasio; perché era lui, che ha deciso, venendo di nascosto alla Città regale, di chiedere la protezione dell’imperatore contro l’ingiustizia che subiva. A Costantino non piacque questo fatto e camminò davanti senza rispondere.; e solo dopo alcuni giorni, dopo l’insistenza assillante di Atanasio decide di riceverlo. Aveva però cattive intenzioni contro di lui. Dobbiamo anche aggiungere che Costantino aveva ordinato a questo sinodo di andare a Gerusalemme per celebrare l’inaugurazione del tempio che era insorto sopra la tomba del Salvatore e che aspettava molto dalla fama di questa inaugurazione. Inizialmente allora ha ricevuto molto freddamente Atanasio. Però Costantino facilmente era ingannato ma altre tanto facilmente poteva cambiare posizione quando qualcuno chiamava in causa la sua coscienza cristiana. Così, alla fine quando Atanasio gridò “giudicherà Dio in mezzo fra me e te” il re non poteva non occuparsi di questa questione. Mandò allora una epistola (lettera) al sinodo con la quale chiedeva la causa delle differenze. Quando però la lettera arrivò a Tiro le cose furono cambiate. Dopo la fugga di Atanasio, quelli attorno a Eusebio, hanno deciso di non aspettare la commissione e di condannarlo. Poi. Dopo la condanna. andarono tutti, secondo le istruzioni di Costantino, a Gerusalemme e hanno inaugurato lì il tempio della Resurrezione. Mentre si svolgevano le feste lì, intanto arrivò anche la commissione che aveva mandato il sinodo, dall’Egitto. Questa commissione fece l’opera per cui fu mandata, di trovare cioè colpevole Atanasio. Il governatore (eparca) politico, che odiava Atanasio perché metteva in ombra la sua autorità politica fece di tutto per aiutare i vescovi. Tutti i testimoni ortodossi non sono interrogati e la loro posizione presero i pagani e gli Ebrei. Ma per costringere anche questi testimoni di calunniare Atanasio, usarono molte minacce e promesse. Il reperto che è uscito era così disomogeneo e contraddittorio che il segretario ha ricevuto l’ordine di non comunicarlo a nessuno. Gli amici però di Atanasio si sono informati per il suo contenuto. Tre proteste di questi amici si sono salvati fino ai nostri giorni nelle apologie di Atanasio e certificano l’illegalità degli atti. Queste proteste le avevano mandate ai membri della commissione, al sinodo di Tiro e al governatore politico di Egitto. Il sinodo però non si è commossa da queste proteste. Atanasio, come abbiamo detto, era stato condannato, ma quando ritornò la commissione ha convalidato la condanna e è diventata ancora più severa. Ha deposto Atanasio e ha dichiarato vuoto il trono episcopale di Alessandria. Subito dopo votò per ritornare Ario nei colpi della chiesa. Per questo gli amici di Eusebio hanno visto l’omologia della fede di Ario, l’hanno considerata ortodossa e hanno chiesto ai fedeli ortodossi di accettare tutti questi eretici come fratelli. Così erano le cose quando arrivò inaspettatamente al sinodo, la lettera che mandò Costantino, dopo l’insistenza di Atanasio, che chiedeva di riguardare davanti a lui questa questione che loro consideravano chiusa. Decisero allora di comportarsi così: Contravvenendo all’ordine di Costantino che gli chiamava di andare a Costantinopoli per questa questione, hanno dichiarato il sinodo chiuso, hanno mandato i vescovi nelle loro città e mandarono a Costantino una commissione composta da nemici di Atanasio. Ma di aggiunta accusarono Atanasio come colpevole di estremo tradimento e particolarmente che si è stato adoperato per non mandare il grano da Alessandria a Costantinopoli. Con questo grano si nutrivano, con le spese pubbliche, i disoccupati cittadini della capitale. Questa accusa era molto riuscita perché il popolo della capitale si trovava in rivolta tutte le volte che ritardava il grano e Costantino era molto delicato e credeva facilmente ogni minaccia della propria autorità. E così si arrabbiò moltissimo, rifiutò di sentire la nuova apologia di Atanasio e lo mandò in esilio a Trivira una città della Gallia. Ma poi trovò la sua calma e saggezza. Non volle aumentare lo scisma e non convalidò le decisioni del sinodo e non ha dichiarato vuoto il trono episcopale di Alessandria. Atanasio partì per l’Augusta della Trivira al inizio dell’inverno del 336. Ma la sua fama era tale e il rispetto che avevano per questo difensore dell’ortodossia, che l’esilio sembrava come trionfo. Il vescovo di Trivira lo accettò come amico e ospite e non come condannato. Ancora lo stesso figlio maggiore di Costantino, che governava la Gallia con sede la città di Trivira, visitò con rispetto l’esiliato. E mentre il condannato Atanasio aveva un tale ricevimento in Occidente, Ario che è uscito vincente nell’Oriente, ha voluto con i suoi amici andare nella sua città natale. Ma anche se aveva la forza pubblica insieme a lui, lo odiavano così fortemente gli ortodossi che la sua sola presenza provocava molti disordini. Vedendo questo i suoi amici e avendo paura che questi disordini potessero provocare l’ira dell’imperatore contro di loro, hanno deciso di salvarsi con la seguente azione. Prendendo come pretesto una inimicizia fra il vescovo ortodosso dell’Ancara e di uno Ariano per la Santa Trinità, i vescovi che si trovavano a Costantinopoli hanno chiesto il permesso e lo ottennero per fare un sinodo per giudicare questa questione. E siccome il vescovo di Ancara era amico di Atanasio lo condannarono senza nessuna discussione. Poi discutendo il tema principale decisero di portare Ario a Costantinopoli e di accettarlo solennemente all’altare, con il permesso di Costantino, sperando così che l’imperatore sarebbe stato costretto di proteggerlo per tutta la durata della sua vita. Il re dalla sua parte ha accettato questa proposta anche perché voleva allontanare Ario da Alessandria, dove la sua presenza portava tanti scandali. Così Ario arrivò alla capitale e chiese di fare la comunione. Ma per farlo ci voleva il permesso del vescovo della capitale. Questo vescovo si chiamava Alessandro, il quale anche se era vecchio e calmo era fedele ai dogmi di Nicea. Così rispose che Ario è stato escluso dal concilio e non era permesso ai pochi cambiare quello che avevano deciso i molti. In vano lo minacciarono. Il vecchio e bravo Alessandro insisteva alla sua decisione ed erano d’accordo con essa la maggioranza dei cittadini della capitale. Hanno riferito il fatto all’imperatore. Costantino anche se era influenzata da Eusebio e dai suoi amici non condivide tutto quello che loro volevano. E la resistenza di un uomo pacifico che era fedele al suo re, lo portava in difficoltà. Non sapendo cosa fare chiamò Ario davanti a lui. Quando Ario andò all’imperatore, lui gli disse: ” Posso basarmi sulla tua parola? Credi in realtà al dogma ortodosso di Nicea?” E quando Ario ripete la sua omologia, che abbiamo commentato prima, l’imperatore gli disse. ” mica credi un altra eresia?. Mica hai ancora qualche posizione da quelle che hai confermato ad Alessandria? Giuri davanti a Dio che hai rifiutato le tue eresie e bestemmie contro il nostro Signore?” Ario giurò e il re alla fine gli disse: ” Vai allora, e se la tua fede è buona, buono sarà anche il giuramento che hai dato; se la tua fede è eretica il Dio punirà colui che non rispetta il suo giuramento”. Allora Costantino, a posto con la sua coscienza, chiamò il vescovo di Costantinopoli e gli ordinò di dare la comunione ad Ario il giorno seguente che era domenica. Il vecchio Alessandro al quale l’imperatore non ha permesso neppure di parlare andò via spaventato e si rifugiò alla chiesa che si trovava più vicino. Lì piangendo e disperandosi invocò l’aiuto del Signore per questa situazione terribile che si trovava. Pochi giorni dopo uscì dal palazzo reale Ario che camminava fieramente alle strade della città, accompagnato dai suoi amici ai quali parlava con la voce alta. Ma all’improvviso sentì il bisogno di andare al bagno, e scelse un posto adatto per sollevarsi (alleviarsi). Ritardava però di ritornare e il suo servo preoccupato andò per vedere. Aprì la porta e trovò l’eresiarca morto con il corpo aperto. La notizia viene sparsa in tutta la città e provocò molta agitazione. La maggioranza della gente considerò la morte di Ario come punizione divina. Altri dicevano che è morto da una esplosione interna a causa dell’immensa gioia e egoismo che tanti anni nutriva dentro di se, e altri ancora dicevano che Ario cade vittima di assassinio. Ma più di tutti si agitò Costantino. La sua morale cade per terra. Aveva sperato di eliminare l’inimicizia religiosa e la vedeva aumentare anche a causa delle sue azioni. Aveva lottato per l’ortodossia e adesso si trovava in opposizione con i suoi difensori. SANT’ ATANASIO IL GRANDE Aveva fatto tanti sacrifici per Ario e adesso lui pare è stato condannato dalla previdenza divina. Neppure poteva far ritornare Atanasio dall’esilio perché sarebbe trovato in disaccordo con Eusebio e suoi amici che erano a lui fedeli. Tristezza riempi la sua anima e la torturava di più anche perché vedeva che i suoi figli erano in contrapposizione e si sarebbero scontrati dopo la sua morte. Così decise di dividere l’impero fra loro e i suoi nipoti. Con questo modo distrusse con le proprie mani l’unità dell’impero per la quale aveva lottato, come distrusse l’unità della chiesa che aveva tanto desiderato e così si preparò a morire. Fece la sua tomba dentro al tempio dei 12 Apostoli, fra 12 teche che si sono lì messe per la memoria degli Apostoli. Quando fecero l’inaugurazione si sono sentite tante omelie che come ci dice Eusebio non hanno soddisfatto l’imperatore. Perché uno dei celebranti ha osato dire davanti a lui: ” è sicuro che siccome in questa vita era destinato a regnare, nell’altra vita regnerà insieme con il Figlio di Dio”. Il re si arrabbiò, ha interrotto l’oratore e lo consigliò di non dire queste cose ” ma di pregare maggiormente per lui affinché risulta degno servo del Signore in questa vita e in futuro”. Come ultimo fatto prima di morire, mentre si trovava negli ultimi istanti della sua vita decise di accettare il battesimo. Lo trasportarono al palazzo reale vicino a Nicomedia, dove chiamò i vescovi e disse a loro. ” Ecco l’attimo che aspettavo e che da sempre desideravo e pregavo per trovare la salvezza che da Dio; è giunto il tempo per godere il timbro (battesimo) che ti fa diventare immortale, il tempo per assaporare il timbro salvifico… E se il Signore della vita e della morte vuole che io viva qua, e d’ora in poi vuole che io sia compreso nel suo popolo e di pregare insieme a tutti nelle chiese e di comunicarmi, io seguirò le istituzioni divine” Poi si battegiò secondo il rito della chiesa e il re non volle indossare l’abito rosso ma rimase con l’abito bianco del catecumeno. E come era pieno di gioia si è sentito che diceva. ” Adesso con la parola della verità ho conosciuto la beatitudine, adesso sono arrivato a diventare degno della vita immortale, adesso ho creduto perché ho assaporato la luce increata” Costantino morì 21 Maggio del 337 giorno della Pentecoste, dopo che è vissuto 63 anni 2 mesi e 20 giorni, dopo che ha regnato 30 anni, 9 mesi e 27 giorni.

Quando morì Costantino il magno, Atanasio era in esilio a Trivira della Gallia. Il governatore lì Costantino il giovane chiese e riuscì a farlo tornare in Alessandria, da Costantio che regnava nell’Oriente, il quale ancora non era caduto alle trappole degli Ariani e del resto era costretto di rispettare i consigli del fratello maggiore. Dopo però la morte del Costantino del giovane, Atanasio è stato privato dal suo potente protettore e i vescovi nemici si incontrarono in Antiochia e portarono in validità il sinodo di Tiro che non è stata convalidata da Costantino il Magno. Il trono patriarcale di Alessandria è stato dato a Gregorio e il governatore di Alessandria è stato ordinato di effettuare la decisione con la sua potenza militare. Così Atanasio è stato mandato in esilio per la seconda volta. Andò di nuovo nell’Occidente dove trovò un protettore potente il Costanta che regnava lì, il quale anche se non era perfetto è rimasto fedele nell’ortodossia. E lui riuscì di convincere il fratello Costantio, a richiamare l’arcivescovo di Egitto nella sua sede. L’entrata di Atanasio in Alessandria è stata trionfale. Le sue avversità avevano commosso i cittadini di questa grande città. Così la forza di Atanasio, la sua influenza aumentò e la propria gloria e fama arrivò in tutte le estremità dell’impero dalla Britannia fino all’Etiopia. Ma il 350 è stato assassinato Constas e dopo tre anni Costantio vinse Magnedio. Così Costantio non aveva nessuno che poteva contrastarlo e intimorirlo e cadendo nell’influenza degli Ariani ordinò di mandare in esilio molti vescovi ortodossi fra cui il primo fra loro Atanasio. Il popolo di Alessandria che amava il suo pastore ha deciso di contrastare questo ordine. Ma molti soldati che arrivarono da Egitto e Libia hanno cercato di notte di uccidere l’ierarca. Lo stesso Atanasio raccontò le scene di quella tragica notte. Ma non vogliamo riportare qua ciò che descrive lui, perché molti crederanno che esagera. Così riportiamo solo le parole di Gimbon il quale anche se non ha capito Atanasio è stato costretto di rispettare la sua virtù. ” La notte, scrive lo storico Inglese, che l’eparco (governatore) di Egitto Siriano arriva con le sue truppe e circonda la chiesa di Santo Teona, i Cristiani vegliavano pregando tutta la notte (agripnia) mentre l’arcivescovo seduto nel suo trono aspettava senza paura la morte. Mentre voci spaventose e minacce si sentivano Atanasio incoraggiava i suoi spaventati preti di insistere nella loro fede cantando quel salmo di Davide che loda il trionfo di Dio di Israele contro il tiranno di Egitto. I soldati hanno rotto le porte della chiesa e mandarono dentro innumerevole frecce; le loro armi luccicavano da lontano sotto le luci dell’altare e alla fine sono entrati con le spade nude fino alle parti più sacre della chiesa. I preti pregavano Atanasio di salvarsi per primo, ma lui non si è mosso dal suo trono prima di vedere tutti i preti sani e salvi. Allora soltanto decise di andare e riuscì a scappare, a causa della baraonda e dell’oscurità della notte. I soldati in vano cercarono l’arcivescovo per ucciderlo perché gli Ariani gli avevano promesso molti soldi per la testa del santo.” E fuggiasco Atanasio non si è mai fermato. Scrisse una lettera all’imperatore con la quale mostrava la sua apologia con dignità senza paura, come se si trovasse ancora nel trono patriarcale. Scrivendo tutte le accuse, una per una le distruggeva e dimostrava la sua innocenza. Splendida rimane la sua risposta all’accusa che aveva scritto a Magnedio.: ” i calunniatori trovarono come pretesto l’onore che mi fece la buon anima del tuo fratello di vederlo e che lui scrisse una lettera per me a te il suo fratello e che mi onorava quando ero presente e mi invitava quando mancavo. Il diabolico Magnedio, testimone mio è il Dio, ne lo conobbi ne mai ho avuto fiducia a lui. Quale allora rapporto può esistere fra due che non si conoscono? Come avrei potuto scriverli? Come avrei potuto cominciare la mia lettera a lui? Avrei potuto mai scrivere che lui che mi ha onorato da sempre tu hai fatto bene a ucciderlo? E che io sono d’accordo con te perché hai ucciso i cristiani che io conoscevo e che erano a me fedeli? E che sono anche d’accordo con te che hai macellato quelli che mi hanno ricevuto con tanta sincerità a Roma?” Nella stessa epistola Atanasio riuniva fatti conferme che smentivano questa calunnia e senza dire niente di male per l’esilio e le tribolazioni, pregava il Dio per illuminare il cuore di Costantio. Il re rimase nella sua opinione e insisteva a perseguitare gli amici, i cristiani che avevano la stessa confessione con Atanasio, non meno violentemente per la verità da quello che fece Diocleziano. In sei anni, cioè in tutti gli anni che regnò ancora Costantio, Atanasio girava dal deserto a deserto, con rischio della sua vita. Ma il suo rifugio più sicuro erano i monasteri e le schite di Tibaida, che era il luogo dove si rifugiavano gli asceti. Da lì non cessava di incoraggiare i pochi vescovi di Egitto che ancora erano fedeli all’ortodossia, scrivendo epistole verso la chiesa di Alessandria, confutando le posizioni degli eretici e condannando quelli che perseguitavano gli ortodossi. Queste epistole si copiavano dalle mani devote e si distribuivano velocemente in tutte le chiese cristiane dell’Oriente. Così Atanasio continuava a pasturare tutto l’Egitto dalla sua cella monastica, come se fosse un invisibile patriarca, che lo serviva e lo salvava il silenzioso, ma pieno di entusiasmo esercito dei monaci del deserto, quando un grande pericolo minacciò il mondo cristiano. Costanzo morì il 3 novembre del 361, mentre Giuliano, suo cugino, Cesare e governatore della Galazia, trovandosi in disaccordo con l’imperatore, attaccava Costantinopoli. L’Impero evitò la guerra civile riconoscendo l’autorità di Giuliano in tutto lo stato. Quest’ultimo, mentre era ancora in lite con suo cugino, entrò in contatto con alcuni suoi sostenitori in Grecia per attuare una riforma religiosa, in particolare modo si alleò con Oribasio di Pergamo ed Evimerio di Libia. Si attesta che avesse dalla sua parte anche il sacerdote dei misteri eleusini. Tutti costoro decisero concordemente di restaurare l’antica religione pagana. Appena si diffuse la fama della sua lite con il cugino, Giuliano rinnegò solennemente la sua fede in Cristo e si dedicò agli “immortali dei”. Divenne così apostata dell’insegnamento di Cristo e tale appellativo lo contraddistinse davanti alla storia e alla Chiesa. Giuliano scrisse al parlamento, al popolo di Atene, ai Corinzi e agli Spartani, chiedendo sostegno per la sua riforma religiosa. Il testo della sua lettera agli Ateniesi ci è giunto integro fino ad oggi. Ovviamente, le città pagane della Grecia aderirono alla sua proposta. Ad Atene, furono aperti i templi di Atena e degli altri dei oramai chiusi da tempo, furono ricostruiti gli altari e vennero celebrati i sacrifici e le feste del paganesimo. Dopo la morte di Costanzo, Giuliano entrò a Costantinopoli e si occupò di una riforma politica che, naturalmente, comprendeva anche quella riforma religiosa che gli stava a cuore. Il principale scopo di Giuliano era quello di restaurare l’antica religione e, per riuscirci, vi si concentrò particolarmente. Come un amante perde la ragione di fronte al cadavere della propria amata, il povero imperatore pensava di poter dare vita ad un morto con i suoi abbracci e baci. Il paganesimo era un morto che conservava sicuramente una grande bellezza ma che, tuttavia, era senz’anima. Di questo l’imperatore non riusciva ad accorgersi. Ciò comportò enormi conseguenze per l’Impero. Il sacerdote dei misteri eleusini fu incaricato con i vecchi precettori del re di occuparsi della restaurazione dei templi pagani in Grecia. Oribasio, medico e amico di Giuliano, ricevette l’ordine di recarsi a Delfi per restaurare l’antico tempio di Apollo. Tuttavia la decadenza di questo famoso e antico tempio era così grande, che anche il responso dell’oracolo la indicava. Tale responso, salvato e pervenutoci grazie a Giorgio Kedrinos diceva: “Dite al re che è caduto per terra il bel cortile. Apollo adesso non ha più la sua casa, e non possiede neppure un alloro che profetizzi e una sorgente che possa parlare. È terminata anche l’acqua parlante”. Questa frase non sembra, forse, l’ultimo saluto della pitonessa? Queste parole non assomigliano, forse, ad un epigramma da scriversi sopra una tomba? Incurante di ciò, Giuliano continua a rinnovare gli antichi templi, le antiche abitudini, le feste e le gare a Delfi, ad Argo, ad Antiochia, a Olimpia. Le palestre si riempirono di atleti, le facoltà filosofiche di filosofi e di adepti che assecondarono il re, il quale, scrivendo alla regina Eusebia, disse: “La filosofia non è mai fuggita da Atene e neppure da Sparta o da Corinto. Sicuramente l’Argo, che non ha acqua, ha avuto poca sete di tali sorgenti”. Il comportamento di Giuliano di fronte ai cristiani fu mite, similmente a suo zio Costantino il magno verso i pagani. Fiero per tale comportamento, l’imperatore scrisse nella sua epistola 34: “Mi sono comportato con mitezza e amore di fronte ai Galilei perché nessuno di loro subisca violenza …”. Nella sua epistola 52 continuò: “Mi sono considerato il protettore dei Galilei cosicché costoro mi devono favori più grandi del mio predecessore”. Tuttavia, queste manifestazioni di Giuliano erano solo teoriche, perché nella realtà veniva trascinato a compiere azioni che difficilmente potevano essere giustificate. Giuliano amò la lingua e la cultura greca e pensò che esse appartenessero solo a lui a ai suoi amici pagani. Escluse, così, i cristiani da tale patrimonio culturale. A tal proposito diceva ironicamente: “Appartengono a noi la capacità di parlare, l’arte della Grecia e l’adorazione dei suoi dei; la vostra (dei cristiani) eredità è, perciò, l’ignoranza. Null’altro! Questa è la vostra saggezza”. Sempre basandosi su tale sofisma escluse i cristiani dalla vita politica e, ancor peggio, proibì loro di studiare grammatica, retorica, medicina e arte, dal momento che tutta l’educazione era rivolta ai pagani. Questa ignobile azione provocò una reazione cristiana che rinveniamo a chiare lettere nel discorso “Stileutico I” di Gregorio Nazianzeno il quale così comincia: “Di tutte le cose terribili, da lui compiute e che hanno giustamente irritato, non esiste un’altra più illegale di questa”. Gregorio continua il suo discorso indicando una vera e propria alleanza tra il cristianesimo e l’ellenismo antico. L’attività imperiale, infatti, rischiava di provocare un divorzio, del nuovo dogma con l’antico mondo, e tale fatto avrebbe provocato l’allontanamento del cristianesimo da quel mondo che avrebbe dovuto trasfigurare. Se fosse successo ciò, come avrebbe potuto diffondersi e farsi conoscere la verità di Cristo? In quale lingua la buona novella poteva essere annunziata al mondo? Infatti la lingua e la cultura greca era stata solo un veicolo, un mezzo per giungere alla conoscenza di Cristo, a quella nuova situazione nella quale non c’è più né Giudeo, né Greco, né cultura, né educazione ma in tutto e in tutti c’è Cristo. A questo punto la cultura umana non serve più, perché ciò che è determinante è la continua lotta contro le passioni grazie alla quale si giunge ad avere la stessa volontà di Cristo. Ciò comporta la spoliazione dall’egoismo umano per assumere solo Cristo. Per questo, giustamente, S. Gregorio il teologo risponde fermamente ai pagani. ” Tutte le altre cose le ho lasciate a quelli che le desiderano: ricchezza, origine aristocratica, gloria, autorità cose che si offrono in questo mondo e provocano la felicità del sonno. Mi interesso solo della parola antica e non tengo conto di alcuna necessaria fatica sulla terra o sul mare per poterla acquisire”. Giuliano emanò una legge con la quale i cristiani erano obbligati a versare una cifra per i danni e le distruzioni provocate ai templi antichi. I danni e le distruzioni erano avvenute nel regno dei suoi predecessori, specialmente sotto Costantino Magno. La legge provocò reazioni violente e molti tumulti. Il vescovo di Aretusia, Marco, fu torturato dai governatori della città perché non voleva pagare il riscatto per un tempio da lui distrutto. Alla fine l’imperatore condonò la vita. Ma se è vero che quel vescovo salvò la vita a Giuliano nell’epoca in cui Costanzo faceva assassinare la sua famiglia, si vede che l’imperatore dimostrò molta ingratitudine dal momento che lo lasciò subire tutte le torture senza punire i colpevoli. I cristiani non erano dei semplici spettatori davanti a questa situazione. Così quando Giuliano tentò di rinnovare i luoghi in cui si tenevano i culti pagani bestemmiando contro le chiese cristiane che, nel frattempo, erano state costruite, nottetempo venne distrutto il tempio di Apollo a Dafni. Il fatto scatenò la persecuzione dei cristiani. Inoltre, alcuni disordini provocati dagli Ariani ad Edessa diedero il pretesto all’imperatore di confiscare tutte le ricchezze degli ortodossi e di distribuirle ai soldati. I terreni posseduti da alcuni divennero demanio statale. La situazione giunse a peggiorare di giorno in giorno e, senza dubbio, sarebbe finita nella guerra civile se Giuliano avesse continuato a regnare. Fortunatamente, il regno di Giuliano durò solo due anni. Egli morì, a causa delle ferite riportate lottando eroicamente sul campo di battaglia contro i persiani, la notte del 25 giugno 363, all’età di 32 anni. Si racconta che, morendo, prese con le sue mani del sangue da una sua ferita, e lanciandolo in aria gridò: “Hai vinto, Cristo nazareno!” Dalla morte di Giuliano fino all’avvento di Teodosio il Grande, regnarono tre imperatori: Gioviano, Velentiano e Valente. Così la situazione ritornò alla normalità. Atanasio lo abbiamo lasciato ai tempi di Costanzo, quando si trovava nel deserto, mettendo a repentaglio la sua vita per l’Orto-dossia. Giuliano richiamò tutti i vescovi esiliati dagli ariani. Così Atanasio ritornò ad Alessandria e il suo ingresso fu trionfale. Innumerevoli persone aspettarono fuori da Alessandria, sulle sponde del Nilo, tenendo nelle mani ramoscelli di alberi, ornando la strada di fiori e di tessuti e gridando forte per manifestare tutta la loro gioia. Il fiume era pieno di molte navi e tutta la regione era colma di luce, immersa in un’atmosfera gioiosa e festosa. Tali onori sono stati attribuiti ad Atanasio, simbolo dell’or-todossia vivente, perché il popolo ammirava il suo pastore, lo considerava santo, tempio dello Spirito vivificante, portatore di Cristo, colonna vivente dell’Ortodossia che non si inchina davanti ai potenti del mondo e padre della chiesa. La gloria di cui fu circondato Atanasio, che già provocò agitazione in Costantino Magno e a suo figlio Costanzo, spinse Giuliano alla gelosia. Così, dopo poco tempo, l’imperatore ordinò un nuovo esilio. Gli ordini dell’apostata erano pieni di odio, agitazione, indignazione e si rivelarono sempre più ridicoli, specialmente quando Giuliano, riferendosi alla piccola corporatura del suo avversario affermò: “Non è neppure un uomo, ma un piccolo omino”. Altre volte, però, ebbe argomentazioni più serie e accusò questo “piccolo omino”, che tanto influenzava il popolo, di essere “nemico degli dei”. Quando Giuliano si arrabbiò maggiormente scrisse: “L’infame (infetto) che ha osato battezzare le mogli greche dei miei uomini!” e aggiunse che Atanasio avrebbe dovuto essere cacciato non soltanto da Alessandria ma pure da tutto l’Egitto. Così il santo vescovo partì nuovamente per l’esilio. Prima, però, consolò la massa dei cristiani che piangeva, riunita per salutarlo, con le seguenti parole: “Abbiate coraggio è solo una piccola nuvola e passerà pur presto!”. Subito dopo ritornò nuovamente in Alessandria, dove fu tenuto nascosto per l’amore e la devozione dei suoi abitanti. Quando morì Giuliano, Gioviniano che gli succede rispettò Atanasio. Il santo fu nuovamente esiliato da Valente, l’imperatore ariano, ma dopo alcuni mesi lo stesso re fu costretto ad accogliere le suppliche del popolo alessandrino che amava il proprio pastore e non poteva accettare l’idea che, mentre era stato vinto il paganesimo con il trionfo del cristianesimo, Atanasio, simbolo vivente della nuova religione, era ancora perseguitato. Così, per l’ultima volta, Atanasio ritornò sul suo trono arcivescovile e morì pacificamente tra il suo gregge il 2 Maggio di 373, dopo 46 anni di difficile patriarcato.

 Il suo panegirico è stato scritto da due grandi padri della Chiesa, Giovanni Crisostomo, il cui discorso è andato dispero, e Gregorio Nazianzeno. Quest’ultimo iniziò così la sua omelia: “Lodando Atanasio lodo la virtù”. Gregorio, con eccelsa arte retorica, ammira l’insegnamento, la coerenza, lo zelo per la fede in Cristo di Atanasio. Attraverso una grande parabola sintetizza tutta la personalità del grande gerarca: “Ricapitolando, direi che le proprietà di due pietre preziose imitano coloro che lodiamo; per quelli che colpiscono diventa perla, a quelli che si ribellano diventa un magnete attirando con segreta forza il ferro e appropriandosi, così, della più salda fra tutte le materie”. La Chiesa ha onorato questo gerarca, come uno dei confessori che hanno fortificato la fede distinguendo l’eresia dalla vita in Cristo. Infatti il santo, portando in sé Cristo, ha lasciato un indistruttibile fondamento alla fede. Egli, per mezzo secolo, è stato un grande difensore della fede, senza temere alcun pericolo; non si è stancato di lottare e fu innalzato dai credenti al trionfo. Perciò Atanasio è stato un Padre della Chiesa, un esempio da imitare, un prosecutore della fede cristiana. In questo si trova il segreto della sua forza. Egli ha lasciato un testamento: “rispettare un solo Dio nella Trinità e una sola Trinità nell’unità, senza mischiare le persone o dividere la sostanza” e ha confermato che “questa è la fede cattolica (universale)”. Per questa fede vale la pena di dedicare tutta la vita, tutta l’esistenza. Tale fede “cattolica” è l’esperienza degli ortodossi, non il loro pensiero; è l’unione con Cristo risorto. La fede “cattolica”, la fede da tutti sempre e ovunque accettata, si comprende e si esperisce con la lotta contro le passioni, in unione con la Chiesa intesa come il Corpo risorto di Cristo. Tale fede termina nell’esperienza della divinizzazione della luce increata che è Cristo. In tale esperienza si può dire che “… la visione delle ferite delle mani di Cristo e dei suoi piedi sono come finestre che irradiano una Luce che proviene dall’interno del Suo tempio corporale. Tale luce illumina con lampi increati tutti coloro che si trovano nel luogo precedentemente alla sua venuta e che gioiscono della Sua manifestazione. Tutti vengono sommersi dalla luce che irradia dalle Sue ferite” (Gregorio Palamas, Sermone sulla prima domenica dopo Pasqua). In tal modo, Atanasio si pone come uno tra i più importanti difensori della fede. Se non si è distinto per la cultura, ha brillato per carismi più alti come la grandezza dell’anima e la santità di vita. Essendo più un uomo d’azione che di parole, è divenuto maestro di Basilio, Crisostomo, Gregorio Nazianzeno, Massimo il Confessore, Gregorio Palamas e di tutti coloro che si sono posti su tale linea. Con l’esempio della sua esistenza, ha salvato la fede dall’eresia, dando conseguentemente a tutti la possibilità di attingere dalla stessa esperienza, dalla stessa santità. È questo che ha fatto divenire tutti questi uomini santi, che li ha rinnovati davanti alla visione della luce increata che proviene da Cristo e con la quale si sono uniti a Lui. Così tali uomini sono divenuti dei degni prosecutori di tutti i santi teofori e di tutta la tradizione ortodossa che, molto concretamente, si esprime con le significative parole del settimo concilio ecumenico: “Come i profeti hanno visto, come gli apostoli hanno predicato, come la Chiesa ha ricevuto in eredità, come i dottori hanno dogmatizzato e come l’Ecumene ha creduto; come la Grazia ha prefigurato, come la Verità s’è manifestata e l’errore è stato dissipato; come la Sapienza ha chiaramente predicato e come Cristo ha stabilito quale prezzo della Vittoria; così anche noi pensiamo, diciamo, proclamiamo, pregando senza posa Cristo nostro vero Dio, con tutti i suoi Santi, in parole, negli scritti, nei pensieri, nei sacrifici, nei templi e nelle icone; noi adoriamo e veneriamo il Cristo come nostro Signore e Dio; onoriamo i suoi Santi a motivo di Lui, Signore di tutti, e suoi autentici servitori. Così noi li veneriamo con un culto a Lui relativo; questa è la Fede degli Apostoli, questa è la Fede dei Padri, questa è la Fede Ortodossa, questa è la Fede su cui è posta l’ecumene.

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