Teologia del primato senza pari punto che unisce la prima e la seconda Roma

Teologia del primato: una struttura giuridica o un carisma …?

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Da più parti  sono giunti vari commenti sull’atteggiamento del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo il quale afferma che è il primo senza pari, imitando il primato come viene espresso alla Chiesa cattolica – romana. Le ultime azioni del patriarca ecumenico Bartolomeo in Ucraina che ha prodotto divisione e lacerazione nel mondo ortodosso indicano che Costantinopoli tenta di portare nel mondo ortodosso un nuovo tipo di primato, provocando un dialogo teologico molto aspro. Non si può non credere al dialogo perché l’uomo porta in sé la mirabile caratteristica di autotrascendersi, di superare i suoi limiti e di crescere. Naturalmente perché ciò possa avvenire è necessario avere dei punti fermi, punti che l’ortodossia individua nella Tradizione patristica comune all’Occidente e all’Oriente cristiani. Tali punti non sono scelti per un capriccio personale o a seguito di un compromesso ecclesiastico. Sono i presupposti necessari perché il Cristianesimo possa essere vissuto e non cada in un vuoto sentimentalismo, in un moralismo fine se stesso o in un’ideologia religiosa tesa ad una gloria umana. Sono i presupposti essenziali attorno ai quali si può riunire la Cristianità. Su questi punti non ci può essere dibattito ma comune accordo. Non si può dibattere se due atomi d’idrogeno e uno d’ossigeno compongono l’acqua. Lo si accetta e basta perché è un fatto. Allo stesso modo non si può dibattere se Gesù Cristo rappresenta o meno la porta che conduce alla salvezza umana. Lo si accetta perché si constata la vita dei santi divinizzati in Cristo. Questo punto è fondamentale ed è a partire da qui che l’ortodossia instaura un dialogo con gli eterodossi cattolici-romani e protestanti. Certo i rischi di fraintendimento possono essere tanti. Sappiamo che, normalmente, le persone e le istituzioni si aspettano d’essere confermate. Ogni affermazione che le mette in discussione può essere sentita come una minaccia. Se però si evitasse  quest’impressione si dovrebbe evitare di mostrare il credo dell’Ortodossia. Ma la fede ortodossa non può essere in funzione delle altrui attese anche se lui è vescovo, Patriarca, Angelo o Arcangelo. Ne consegue che l’ortodossia non può edulcorarsi per farsi accettare da tutti a tutti i costi. Se chi non è ortodosso accetta un’Ortodossia così, significa che questa non è Ortodossia. D’altronde l’integro messaggio non significa mancanza d’amore verso il prossimo, assenza di rispetto e di comprensione verso chi non la pensa allo stesso modo o mancanza di considerazione verso le altre chiese. La fedeltà al messaggio dell’Ortodossia offre a tutti il criterio e le chiavi di lettura con i quali si può comprendere la prospettiva patristica. Chi legge i Padri trova delle espressioni che creano un certo scalpore. I lettori cattolici siccome non sono abituati a leggere i Padri della Chiesa non si aspettavano da loro tanta franchezza. Alcuni di loro  equivocano la franchezza con una supposta durezza ed esclamano: “alcuni padri come Gregorio Palamas, come Fozio quando criticano il primo senza pari fanno una polemica terribile!” Sinceramente crediamo che i Padri sono stati molto rispettosi. L’unica cosa “terribile” che abbiano detto è stata quella di testimoniare quanto la Chiesa ortodossa, al di là delle cortesie ecumeniche attuali, continua a credere. L’Ortodossia crede che le basi della sua ecclesiologia sono quelle del Cristianesimo del primo millennio nel quale era inconcepibile un’istituzione ecclesiale fine se stessa. In questo quadro di riferimento, nel quale non esisteva una perfetta organizzazione amministrativa, si poteva creare un certo caos e, infatti, anche l’Ortodossia odierna è un po’ caotica per questo il patriarca di Costantinopoli afferma che il cristianesimo ortodosso oggi ha bisogno di un primato per non essere una confederazione protestante. Ma è paradossalmente grazie a questo handicap che i carismi non sono stati soffocati. Una realtà troppo ordinata finisce inevitabilmente per confidare sulle sue sole forze e progressivamente si autoesclude da ogni possibile evento carismatico fino al punto da non vedere più in esso l’azione divina. Abbiamo considerazione per il papa di Roma per il patriarca della seconda Roma, ma il problema, per l’Ortodossia, non si ferma a come viene esercitato il primato, questione sulla quale l’attuale papa e il patriarca di Costantinopoli sono d’accordo sostanzialmente… La struttura ecclesiastica si esprime nella storia ed è espressione della stessa testimonianza cristiana. La testimonianza autentica, a sua volta, proviene da un rapporto con Dio e con la Grazia increata. E’ da questo rapporto che nascono i carismi e la gerarchia ecclesiale. In tal contesto, l’affermazione di una teologia del primato senza pari si può sostenere solo se ha un riscontro immediato e concreto con la realtà dello Spirito, solo se è espressione di quell’ineffabile unità con Dio che conduce alla visione di Cristo risorto, visione che qualsiasi uomo santificato continua ad avere. Se la teologia del primato si slega anche parzialmente da tutto ciò è in realtà prodotta da altre motivazioni, come geopolitiche ed economiche, ma non ha a che fare con Dio e la realtà increata.  Questo spiega la ragione per cui un santo è abilitato a guidare la Chiesa di Cristo e a curare le malattie spirituali del suo prossimo. Il santo è in grado di condurre il fedele ad un vero rapporto con Cristo nello Spirito perché, essendo divinizzato, conosce bene i logismoi (pensieri) più reconditi dell’uomo ed è in grado di aiutarlo concretamente nella lotta contro il maligno. Per questo, nell’Ortodossia, i vescovi dovrebbero aver praticato l’ascesi e così solitamente vengono scelti dai monaci. Il monaco, vivendo nell’ascesi, è condotto dal proprio padre spirituale tramite la purificazione, all’illuminazione e alla divinizzazione. E’ solo in questo modo che egli può essere una guida spirituale, dal momento che non conosce per sentito dire o per averlo letto ma per averlo vissuto. Nel santo, in realtà, è operante lo Spirito che ispira e suggerisce la terapia spirituale adatta a chiunque ne abbia bisogno. L’organizzazione di una o più province ecclesiastiche sotto un patriarca o un metropolita e la diversa suddivisione ecclesiastico-amministrativa di un territorio, non hanno alcuna immediata ripercussione spirituale sul credente. Tutto ciò diviene addirittura dannoso se l’organizzazione ecclesiastica non parte dalla realtà sopra descritta e diviene fine se stessa. Viceversa la cristologia, la pneumatologia (il discorso sullo Spirito), la teologia, la lotta contro le passioni e i cattivi logismoi, hanno intime connessioni con la prassi cristiana e con la sua testimonianza storica. Non è quindi possibile separare i due ambiti e analizzarli razionalmente come se fossero realtà a se stanti. Questa è la ragione per cui all’Ortodossia è sempre parsa strana un’asserzione del Concilio Vaticano II, riconfermata anche dal cardinal Ratzinger nel documento Christus Dominus. In tale asserzione il tema dell’Universalità (Cattolicità) si mette in una doppia base teologica e storica. Così con questa separazione riconosce, il fondamento teologico dell’Universalità e dell’Apostolicità delle Chiese Ortodosse. Questo significa che considera comune il fondamento teologico dell’Universalità sia della Chiesa Cattolica e Ortodossa. Questo riconoscimento non è soltanto formale (cioè non si limita a riconoscere la successione apostolica e i sacramenti), ma profondo. Si certifica così che tutta la Tradizione Liturgica e Spirituale dell’Oriente Ortodosso è necessaria, quando questa dell’Occidente per la pienezza della Chiesa. Le due tradizioni si completano a vicenda e definiscono la Cattolicità e L’Apostolicità della Chiesa. (“ad plenam catholicitatem et apostolicitatem Ecclesiae pertinere” Capitolo 3, 17e 14). Ma nello stesso tempo il fondamento storico è il primato di papa, e con questa base rifiuta la pienezza della Cattolicità e dell’Apostolicità della Chiesa Ortodossa. Ecco perché il patriarca di Costantinopoli che ha studiato diritto canonico a Roma segue la teologia del primato, un primato che si esprime senza pari come se solo il vescovo di prima e  seconda Roma hanno al cento per cento il sacerdozio e gli altri vescovi esprimono un sacerdozio con una percettuale molto inferiore. Ecco anche perché il patriarca di Costantinopoli cerca di portare  l’ortodossia  nell’eresia del primato. E come su tutte le eresie  osserviamo un’affermazione e, allo stesso tempo, una negazione della stessa affermazione che diventa incomprensibile e illogica dal semplice fedele. Vedremo il perché. Il concilio Vaticano secondo  afferma allora che l’Ortodossia è teologicamente una vera Chiesa. Se è così è implicito che la Chiesa ortodossa ha tutte le note distintive che contraddistinguono la vera Chiesa, ossia l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità. Così leggiamo al Capitolo 3,15 ” ‘E pure noto a tutti con quanto amore i Cristiani d’Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella Eucaristica, fonte di vita della Chiesa e pegno della gloria futura; in essa i fedeli, uniti al vescovo, hanno accesso a Dio Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, nell’effusione dello Santo Spirito, ed entrano in comunione con la Santissima trinità, fatti “partecipi della natura divina” Piero 1,4″ Ognuna di queste note si lega alle restanti in modo che non è possibile affermare una e negare un’altra. Invece  l’asserzione vaticana  teologicamente afferma che  per la base teologica il legame delle Chiese con la sede apostolica di Roma non è necessaria, bastano i sacramenti ma neppure le differenze alle due tradizioni eliminano la base comune teologica. Il concilio Vaticano accetta che alcuni aspetti dei sacramenti si sono compresi meglio nell’Oriente che nell’Occidente, Capitolo 3, 17, dove più precisamente si esalta la ricchezza della spiritualità monastica, da cui è uscito il monachesimo occidentale e si consiglia ai fedeli di imparare dalla ricchezza dell’isegnamento dei Padri Orientali, il quale insegnamento, come si sottolinnea, rivolge l’attenzione alla santificazione di tutto l’essere umano. Però  dall’altro storicamente nega all’Ortodossia la pienezza ecclesiale (verrebbero quindi meno le note dell’unità e della cattolicità) perché manca la comunione con il romano pontefice. Questo ragionamento, oltre ad avere un’intima contraddizione, rivela un’impostazione errata che in questa sede non vogliamo enucleare dal momento che il cuore del problema, come dicevamo sopra, non sta nel papa di Roma o nel patriarca di Costantinopoli né nel trovare nuovi modi per esercitare il primato o organizzare la Chiesa. Il cuore del problema è un altro: partendo dall’Occidente si sta generalmente diffondendo la perdita del rapporto con Dio perché i mezzi che l’uomo religioso utilizza non conducono alla realtà divina increata ma lo chiudono l’uomo nel suo mondo egoistico. Così il discorso dell’ascesi, quando non è completamente assente, rimane emarginato. Una sorte non diversa capita a tutto ciò che riguarda la lotta continua contro le passioni e contro i logismoi (pensieri) per giungere ad aderire alla volontà di Cristo. Tutto ciò viene sostituito da visioni sacramentaliste o dalla struttura organizzativa della Chiesa. Il risultato è quello di ricercare un’unione organizzativa e intellettuale, non l’unità nella santità della vita. Se la testimonianza cristiana non è testimonianza d’unità, è prima di tutto la vita dei cristiani che deve cambiare. Se la vita degli uomini che compongono la Chiesa non è rivolta all’unione con Cristo, nessun modello organizzativo può assicurare l’unità ecclesiale. Allo stesso modo, nessuna struttura e nessun sacramento della Chiesa può assicurare la salvezza agli uomini, se questi continuano a vivere nella realtà del peccato che è l’alienazione da Dio. Se, per esempio, in certe regioni del mondo la testimonianza storica dell’Ortodossia è contraddittoria e conduce al primato senza pari espresso dal patriarca di Costantinopoli (si pensi, ad esempio, all’Ortodossia frammentata della diaspora dove, nella sola città di New York, esistono 13 vescovi ortodossi!), è profondamente errato cercare di cambiare l’organizzazione esterna senza considerare la vita della Chiesa e quella di ogni suo aderente. Ponendo un solo vescovo in una città non si combatte il filetismo dal momento che, nella vita quotidiana, i greci, i russi, i serbi e le altre etnie, si sentono superiori gli uni sugli altri. E sicuramente il patriarcato di Costantinopoli non risulta  al di là del filetismo perché ultimamente in Grecia si presenta come il patriarca della nazione greca e in Europa e in mondo come il patriarca che supera l’etnofiletismo. I credenti devono partire da loro stessi vivendo l’Ortodossia come se fossero un unico popolo, come se ogni divisione etnica non esistesse più. Se nella vita dei credenti l’Ortodossia non è vissuta così, l’organizzazione non darà alcun frutto e il filetismo non verrà combattuto. Lo stesso discorso si può estendere anche al Cristianesimo. Se i cristiani sono divisi non possono assolutamente giungere all’unità studiando una nuova organizzazione ecclesiale. Non si può misurare ideologicamente se è meglio o è più infallibile il sistema sinodale o il primato. La tematica si ridurrebbe ad una scelta tra una “presunta” democrazia e una monarchia. Ma questo non è un modo cristiano di ragionare! Viceversa si può parlare di vera unione solo quando i cristiani cominceranno ad eliminare le loro passioni, unendosi con Cristo ed evitando di sostituirlo con i prodotti dell’egoismo o con strutture umane che si reputano ipso facto infallibili. Solo così si possono capire le basi dell’ecclesiologia del primo millennio cristiano, dove dei vescovi, perfettamente legittimi dal punto di vista organizzativo-ecclesiastico (i cosiddetti vescovi canonici), venivano estromessi dalla comunione ecclesiale quando perdevano la fede dei Padri teofori. Allo stesso modo, si può capire il mantenimento dell’unità fra Oriente e Occidente attraverso la sostanziale parità di ogni vescovo partecipante al sistema sinodale. La stessa dignità episcopale derivava dalla comune esperienza spirituale e dalla comune fede, realtà credute e praticate da tutti, ovunque e sempre (queste sono le note distintive della fede ortodossa-cattolica). In questo contesto il primato di servizio non aboliva la parità episcopale. Inoltre, il vescovo e il popolo si integravano vicendevolmente. I vescovi avevano il loro pieno senso nella misura in cui emergevano tra i fedeli come le persone più spirituali, persone che potevano giungere alla divinizzazione. Ci rendiamo conto che dire tutto ciò è molto impegnativo e, a tratti, è molto forte. Nella nostra epoca secolarizzata è forse scandaloso. Ma scriviamo così perché vogliamo fare eco all’esperienza ineffabile dei santi ortodossi, santi che, in buona parte, l’Ortodossia ha in comune con l’Occidente. Infine lo facciamo perché crediamo che volgendoci tutti alle autentiche esperienze spirituali, oltre a portarci più presso a Dio, ci faranno finalmente imboccare la vera strada per l’unione della Cristianità. E’ una sfida davanti alla quale nessun cristiano può ritirarsi.

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